—Ma non vede che ho preso con me tutto quello di mio che poteva portare? disse Agnese.
—Oh me poveretto! mormorò Don Abbondio, ognuno pensa a sè. Andiamo, andiamo. Perpetua, chiudete bene la porta: alla custodia di Dio. Aspettate... ma no, no, peggio: sono la metà luterani! misericordia!
Don Abbondio rispondeva così ad una proposizione che s'era fatta e che alla prima gli era paruta un bel trovato per preservare la casa. Voleva staccare dalla chiesa il quadro del Santo protettore e affiggerlo al di fuori su la porta, per indicare che la casa era sacra e per fare in modo che non potesse essere intaccata che per mezzo d'una profanazione; ma s'avvide tosto che quel mezzo di difesa, molto debole per sè contra soldati avidi di rapina, poteva in questo caso divenire una provocazione a far peggio, giacchè fra quei soldati v'era di molti ai quali uno sberleffo fatto coll'alabarda all'immagine d'un Santo sarebbe sembrato un'opera meritoria, una espiazione anticipata del saccheggio.
Data una occhiata lagrimosa alla casa, Don Abbondio s'incamminò colle due vecchie amazzoni e per tutta la via non fece altro che sospirare, lagnarsi dell'abbandono in cui l'avevano lasciato i suoi parrocchiani, domandare a Perpetua dove avesse riposta la tal cosa e la tal altra, e se credeva che non le avrebbero trovate: enumerare tutte le ragioni per le quali il Conte sarebbe stato peggiore d'un cane se gli avesse fatto male, e divisare dove si sarebbe potuto cercare un asilo se quello a cui si andava fosse mal sicuro.
Giunti presso al castello, videro un gran movimento, gente che andava, gente che veniva, uomini in arme appostati, altri che giravano in ronda a tre, a quattro, tanto che Don Abbondio cominciò a scrollare il capo e a dire: Che è questa faccenda? Ma Perpetua gli spiegò tosto che quegli erano evidentemente uomini che vegliavano alla sicurezza del castello, e di quelli che, come si vedeva, andavano ivi a rifuggirsi.
—Ohimè! ohimè! disse Don Abbondio: vedo che qui si voglion fare delle pazzie; farsi scorgere appunto quando più si vorrebbe stare zitti, rannicchiati, senza nè meno fiatare. Basta: vedremo: se fanno pazzie per tirarsi addosso la burrasca, dei monti ce n'è, e i precipizj non mi fanno paura: quando si tratti di salvare la pelle, ho coraggio anch'io quanto chi che sia, andrei in mezzo al fuoco.
Dette sotto voce queste parole, Don Abbondio proseguiva lentamente, guardando con attenzione a quegli armati, e cercando di comporre il volto alla indifferenza e di non lasciar trasparire il suo pensiero, che diceva dentro: Scommetterei che questo gradasso ha caro che sia venuto un flagello così orribile per avere il pretesto di fare un po' di rimescolamento. Oh che gente! Oh che gente!
Del resto, le cose erano quivi come Perpetua le aveva immaginate. Al castello del Conte era rimasta unita una antica opinione di sicurezza e di potenza; e i nuovi costumi del signore ne avevano cancellata affatto l'idea di oppressione e di terrore; dimodochè la gente del contorno dalla banda del Milanese vi accorreva come ad un asilo, forte e pietoso nello stesso tempo. Il Conte, lieto di essere un oggetto di fiducia a quei deboli che aveva tanto spaventati ed oppressi, raccolse tosto i primi che si presentarono. Ma un tal uomo non avrebbe potuto considerare la sua casa come un asilo disarmato, un nascondiglio di paura, nè starsi con le mani in mano quando ad ogni momento poteva presentarsi un'occasione di menarle santamente. Fece addirittura tirar giù dal solajo le armi irrugginite, le fece ripulire in fretta, ne distribuì ai servitori. Quindi a misura che accorrevano fuggiaschi, egli trasceglieva gli uomini capaci di portare le armi, dava loro moschetti e partigiane. Quando la provvigione fu esaurita, ne fece raccogliere all'intorno: e scompartiva gli uficj a quei nuovi soldati; altri mandava in ronda, altri più lontano per esplorare, altri stavano raccolti per porsi in difesa. Quando uno era entrato nel castello ed era passato in rivista dal signore, diveniva verso di lui come un soldato col suo antico ufiziale, tanto il Conte possedeva quella forte risolutezza che piega le volontà, e quella parola che toglie il pensiero di fare diversamente da quello ch'ella suona. Aveva allogate le donne e i fanciulli nelle stanze più riposte; i letti erano pei vecchj e per gl'infermi: una gran sala serviva di magazzino per le robe che erano portate su dai rifuggiti: tutto era collocato in ordine, con numeri, dei quali il corrispondente era dato ai padroni; ed alla porta della sala era posto come un corpo di guardia; chi aveva portate provvigioni, viveva di quelle, e i poveri erano nutriti dal Conte con razioni, che si distribuivano regolarmente come in un campo. Egli, come l'Ariosto sognò di Carlo in Parigi, di qua, di là, non istava mai fermo: dava ordini, visitava posti, metteva a luogo quelli che arrivavano, governava ogni cosa; e dove nascesse qualche garbuglio, qualche contesa, si mostrava, e tutto era finito.
Era appunto su la porta quando giunsero i nostri pellegrini; gli riconobbe tutti e tre e gli accolse tutti con pronta cordialità; ma alla madre di Lucia fece una accoglienza particolare, nella quale traspariva come una gratitudine perchè ella gli desse ora una occasione di compensare alquanto in quello stesso castello la terribile ospitalità che vi aveva trovato la figlia.
—Bene avete fatto, brava donna, disse il Conte, di cercare qui un ricovero. Bene avete fatto di ricordarvi di me: fate stima di essere in casa vostra. Voi ci portate la benedizione.