XXI.

La peste a Bergamo—Ritorno di Fermo al paese nativo—Suo incontro con Don Abbondio e con Agnese.

Lasciando ora Don Rodrigo nel suo tristo ricovero[132] ci conviene andare in cerca d'un personaggio separato da lui per condizione, per abitudini e per inclinazioni, e la storia del quale non sarebbe mai stata immischiata alla sua, se egli non lo avesse voluto a forza. Fermo, del quale intendiamo parlare, aveva campucchiato quell'anno della carestia, parte col suo lavoro, parte coi soccorsi di quel suo buon parente; alla fine, per non essergli troppo a carico, intaccò i cento scudi di Lucia, ma col proposito di restituire, se mai Lucia non fosse più quella per lui. Il passaggio della soldatesca interruppe quelle scarse e imbrogliate comunicazioni di pensieri e di notizie che passavano tra lui ed Agnese. Dietro la soldatesca venne la peste, ai primi avvisi della quale i magistrati di Bergamo interdissero il commercio col territorio milanese finitimo, mandarono commissarj ad invigilare al confine, fecero por guardie e cancelli. Pure, come era accaduto nel Milanese, la disobbedienza fu più attenta, più destra, più ingegnosa che la vigilanza; gli abitanti del confine bergamasco non credevano nè pur essi molto alla peste e trattavano di soppiatto coi loro vicini; e, con molta fatica e con molto pericolo, ottennero di potere avere anch'essi la peste in casa. Entrata che fu, invase poco a poco il contado, poi i sobborghi di Bergamo, poi la città[133]. La peste di Bergamo, e nei modi con cui si propagò, e in tutti i suoi accidenti, presenta molti tratti di somiglianza notabile con quelli del Milanese. Come in questo paese, così nel bergamasco, dopo scoverta la peste, si trovò ch'ella si sarebbe dovuta prevedere per evidenti segni astrologici e per inauditi portenti; v'ebbe pure la incredulità di molti abitanti, e la negligenza delle precauzioni; v'ebbero i dispareri fra i medici, l'inesecuzione degli ordini e il rilasciamento nei magistrati stessi, nato da una falsa fiducia che il male fosse cessato. Quivi pure una processione, contrastata con ragioni savie e voluta con fanatismo, diffuse rapidamente il contagio nella città; quivi pure molte vite generosamente sagrificate in pro' del prossimo da cittadini, e particolarmente da ecclesiastici; quivi pure licenza e avanie degli infermieri e becchini, che ivi erano chiamati nettezzini, come in Milano monatti; quivi pure preservativi e rimedi strani o superstiziosi. Quivi pure, come in Milano, subitanei spaventi per voci sparse di sorprese nemiche, sognate dalla paura, o inventate dalla malizia; e finalmente, per non dir tutto, quivi pure all'udire che in Milano v'era gente che disseminava il contagio con unzioni, nacque un terrore che il simile non avvenisse, anzi parve di vedere unti i catenacci e i martelli delle porte e le pile delle chiese[134]. Ma la cosa non andò oltre; e come in questo particolare, così nel resto, gli accidenti tristi, che abbiam toccati, furono in Bergamo men gravi, meno portentosi; l'incrudeltà fu meno ostinata, men clamorosa, la trascuranza men crassa, la superstizione meno feroce, la violenza meno bestiale e meno impunita. Di questa differenza v'era molte cagioni, alcune presenti, altre antiche, quale nelle persone e quale nelle cose; la ricerca delle quali cagioni è fuori affatto del nostro argomento. Quello che ora importa di sapere si è che Fermo contrasse la peste, e la superò felicemente. Tornato alla vita, dopo d'averla disperata, dopo quell'abbandono e quell'abbattimento, sentì egli rinascere più che mai fresche e rigogliose le speranze, le cure e i desiderj della vita, cioè pensò più che mai a Lucia, alle antiche affezioni, agli antichi disegni, alla incertezza in cui era da tanto tempo dei pensieri di essa, e alla nuova terribile incertezza della salute, della vita di lei, in quel tempo dove il vivere e l'esser sano era una come eccezione alla regola. Tutte queste passioni crescevano nell'animo di Fermo di pari passo che il vigore nelle sue membra; e quando queste furono ben riconfortate, egli, con la risolutezza d'un giovane convalescente, disse in sè stesso: andrò e vedrò io come stanno le cose. Il pericolo della cattura gli dava poca molestia; da quello che si passava in Bergamo egli vedeva che la peste assorbiva o affogava tutte le sollecitudini, ch'ella era come un obblivione, o un giubileo generale per tutte le cose passate; vedeva che i magistrati avevano ben poca forza e poca voglia d'agire centra i delitti della giornata, e tanto meno contra reati ormai rancidi; e sapeva, per la voce pubblica, che in Milano il rilasciamento d'ogni disciplina buona e cattiva era ancor più grande. Oltre di che, egli si proponeva di cangiar nome, di procedere con cautela, e di scoprir paese, e prender voce nel suo paesetto natale, prima che avventurarsi in Milano. Con questo disegno, egli lasciò in deposito presso un buon prete (quel suo fidato parente era morto di peste) gran parte degli scudi che gli rimanevano, ne prese pochetti con sè, si tolse un pajo di pani, un po' di companatico e un fiaschetto di vino pel viaggio, e si mosse da Bergamo sul finire di luglio, pochi giorni da poi che Don Rodrigo era stato portato al lazzeretto.

. Il Manzoni ne possedette una copia fatta dall'ab. Bentivoglio, che gli fu procurata dal suo amico Gaetano Cattaneo. Sulla peste conobbe anche il Ms.º Vezzoli. Preservatione | dalla peste | scritta dal sig. Protomedico | Lodovico | Settala | con privilegio. | In Milano | Per Giovan Battista Bidelli. | M. DC. XXX; in-8º di pp. 60.

Cura | locale | de' tumori | pestilentiali, | che sono il Bubone, l'Antrace, o Car- | boncolo, & i Furoncoli. | Contenente tutto quello, che si ha da fare | esteriormente nella cura di questi mali. | Tolta dal Libro della cura della Peste | del Signor Protofisico Lodovico | Settala. | In Milano, | Per Giovan Battista Bidelli. 1629; in-8º di pp. 32.

La peste del | MDCXXX | Tragedia nouamente | composta | dal padre | Fra Benedetto Cinqvanta | Teologo, e Predicatore | generale | De Minori Osservanti | Fra li Accademici Pacifici | detto il Seluaggio; in-24º di pp. 239, senza anno e note tipografiche. [Il permesso della stampa, dato in Milano da fra Leone Rossi, Ministro provinciale, è del «10 genaro 1632»; la lettera dedicatoria del Cinquanta a «Gio. Battista Calvanzano, Mercante Pio e diuoto», è data dal Convento di Santa Maria della Pace in Milano il «6 genaro 1632». Parecchi versi di questa tragedia furon dal Manzoni trascritti ne' suoi Estratti.]

La pestilenza | seguita in Milano | L'anno 1630 | raccontata da | D. Agostino Lampvgnano | Priore di San Simpliciano | Al Serenissimo | Carlo primo Gonzaga | Duca di | Mantova, Monferrato, Neuers, | Vmena, Rethel, etc. | In Milano per Carlo Ferrandi, | con licenza de' Superiori. | 1634; in-12 di pp. 82.