«Viveva in un certo castello, etc. Rivola, p. 254—Card. Fed. Borromeo raccomanda ai parochi che inculchino il dovere di rivelare la malattia contagiosa, p. 582—Condotte a termine di salire in fin sopra i tetti, etc., p. 759».

«Morti della peste in Milano, 1630. Ripamonti, pagine 228-229, morti 140,000. Vedere il luogo, dove le ragioni per cui il calcolo sembra a lui stesso al di qua del vero—Tadino, p, 136, morti 185,558—Somaglia, p. 500, morti 180,000—Rivola, p. 584 (a mezzo settembre), morti 122,000—Ms.º Vezzoli, p. 73, morti 122,464—Lampugnani, pag. 67 (la stessa avvertenza che al Ripamonti), morti 160,000».

In un foglio volante, non però di mano del Manzoni, si legge: «Il giorno 21 giugno a Milano il sole leva a 4.h 12.', tramonta a 7. 48. Era uso in Italia incominciare a contare le ore o al preciso tramonto, o ad una mezz'ora dopo di esso. Nel primo caso le 8 ore italiane corrispondono a 3. 48 della mattina, ossia 24 minuti prima del levare del sole; che è precisamente all'aurora. Se si contino le 24.h mezz'ora dopo il tramonto, lo che è il 2º caso, le 8 ore corrispondono a 4. 18 dell'orologio francese, perciò 6 minuti prima del levar del sole. In Milano si contava dunque le 24 al preciso tramonto». (Ed.)]

I pochi, che erano guariti dalla peste, si trovavano in mezzo all'altra popolazione come una razza privilegiata. Una grandissima parte della gente languiva inferma, moriva, e quegli che non avevano contratto il male ne vivevano in un continuo terrore; come ogni oggetto poteva col tocco esser cagione di morte, così di tutto si guardavano; i passi erano misurati e sospettosi, i movimenti ritrosi, irresoluti, fretta ed esitazione in un tempo, un allarme incessante, una disposizione a fuggire, e con tutto questo il pensiero sempre vivo che forse tante precauzioni erano inutili, forse il male era già fatto. I pochi risanati invece, non temendo più del contagio, camminavano ed operavano senza tutte quelle precauzioni, e l'aspetto della incertezza altrui cresceva in molte occasioni la fiducia e la scioltezza loro: erano come i cavalieri dell'undecimo secolo, coperti d'elmo, di visiera, di corazza, di cosciali, di gambiere, con una buona lancia nella destra, un buon brocchiere alla sinistra, una buona spada al fianco, una buona provvigione di giavellotti, sur un buon palafreno, agile all'inseguimento ed alla ritratta, in mezzo ad una marmaglia di villani a piede, ignudi d'armatura, e poco coperti di vestimenti, che per offesa e per difesa non avevano che due braccia e due gambe, e il resto delle membra non atto ad altro che a toccar percosse. L'immunità del pericolo ispira il sentimento e dà il contegno del coraggio; è la parte meno nobile, ma spesso una gran parte di esso; e questa verità si è sapientemente trasfusa nella nostra lingua, dove il vocabolo sicuro, che in origine vale fuor di pericolo, fu traslato a significare anche ardito. Con questa baldezza, temperata però dalle inquietudini che noi sappiamo e dalla pietà di tanti mali altrui, camminava Fermo in un bel mattino d'estate, per coste amene, donde ad ogni tratto si scopre un nuovo prospetto, per verdi pianure, sotto un cielo ridente, tra il fresco e spezzato luccicare della rugiada, all'aria frizzante dell'alba e al soave calore del sole obbliquo, appena comparso sull'orizzonte. Ma dove appariva l'uomo, dove si vedevano i segni della sua dimora, del suo passaggio, spariva tutta la bellezza di quello spettacolo: erano villaggi deserti, animati soltanto da gemiti, attraversati da qualche cadavere, che era portato alla fossa senza accompagnamento, senza romore di canto funebre: qua e là uomini sparuti, che erravano, infermi che uscivano disperati dal coviglio, per morire all'aria aperta, birboni che agguantavano dove fosse da spogliare impunemente. Fermo cercò di schivare tutte le parti abitate, venendo pei campi; sul mezzo giorno si riposò in un bosco, vicino ad una sorgente, ivi si rifocillò col cibo che aveva portato seco; lasciò passare le ore più infocate, riprese la sua strada; cominciò a riveder luoghi noti, misti alle memorie della sua fanciullezza, e due ore circa prima del tramonto scoperse il suo paesetto. Alla prima vista Fermo ristette un momento, come sopraffatto dalle rimembranze e dai pensieri dell'avvenire, e ripreso fiato, procedette, entrò nel paese. L'aspetto era come quello di tutti gli altri che Fermo aveva dovuti vedere; ma la tristezza fu ben più forte che egli non l'avesse ancor provata. Guardò se vedeva attorno qualche suo conoscente, qualche persona viva: nessuno; le porte chiuse, o abbandonate; avanzando, scorse un uomo seduto sul limitare, lo guardò, durò fatica a riconoscerlo, travisato com'era dal male[135]; ma non fu riconosciuto da esso, che gli piantò in faccia due occhj insensati, e non fece motto. Fermo lo chiamò per nome, non ne ebbe risposta, e più che mai accorato si avviò alla sua casa. Ella era quale l'avevano lasciata i lanzichenecchi: senza imposte, diroccata qua e là, qua e là affumicata, e dentro vuota, ma non già pulita, che vi rimaneva ancor lo strame che era stato letto ai soldati. Ne uscì Fermo in fretta inorridito, ritirando l'occhio dallo spettacolo e la mente dai pensieri e dai ricordi che quello spettacolo faceva nascere, e si incamminò alla casa d'Agnese, con l'ansia di rivedere un volto amico, di udire da lei ciò che tanto gli stava a cuore, e col battito di non ritrovarla, di non ritrovar pure chi gli sapesse dire s'ella viveva.

Per giungervi, doveva Fermo passare su la piazzetta della chiesa, dov'era pure la casa del curato. Quando fu in luogo donde la piazza si poteva vedere, guardò egli alla casa del curato, e vide una finestra aperta e nel vano di quella un non so che di bianco-giallastro in campo nero, una figura immobile, appoggiata ad un lato della finestra. Era Don Abbondio in persona, e ad una certa distanza poteva parere un vecchio ritratto di qualche togato, scialbo per natura, per l'arte del pittore e per l'opera del tempo, appeso di traverso fuori al muro, per la buona intenzione di ornare qualche solennità. Fermo, che aveva sospettato chi doveva essere, arrivato su la piazza, lo riconobbe, e da prima, tornandogli a mente che egli era una delle cagioni delle sue traversie, sentì rivivere un po' di stizza e volle passar di lungo. Ma tosto, l'antico rispetto pel curato, quel desiderio di sentire una voce umana e conosciuta, così potente in quelle circostanze, la speranza di risapere da lui qualche cosa che gl'importasse, vinsero nell'animo di Fermo, che si arrestò, fece una riverenza, e dirizzando il volto alla finestra, disse:—Oh, signor curato, come sta ella in questi tempi?—Don Abbondio aveva guatato costui che veniva, gli era sembrato di riconoscerlo; ma quando sentì la voce che non gli lasciava più dubbio—Per amor del cielo! disse, voi qui? Che venite a fare in queste parti? Dio vi guardi! Vi pare egli, con quella poca bagattella di cattura...?

—Oh via, signor curato, disse Fermo non senza dispetto, mi vuol ella fare anche la spia?

—Parlo per vostro bene, disse Don Abbondio, che nessuno ci sente. Chi volete che ci senta. Non vedete che son tutti morti? Che venite a cercare fra queste belle allegrie? Andate, tornate dove siete stato finora; non venite a porre in imbroglio voi e me; perchè quando si tratti di castigar voi e di tormentare me, pover uomo, vi sarà dei vivi ancora.

—Signor curato, mi saprebbe ella dar qualche nuova di Lucia?

—Oh Dio benedetto! ancor di questi grilli avete in capo? Oh poveri noi! che serve che vengano i flagelli, se gli uomini non voglion far giudizio! E la peste, figliuolo, la peste? Non sapete che c'è la peste?

—Ella deve ricordarsi, signor curato, disse Fermo con voce alquanto risentita, che Lucia ed io... non eramo grilli.