Lucia! chiamò Fermo, con gran forza e sottovoce ad un tempo: Lucia!
Trabalzò ella a quella chiamata, a quella voce, credette di sognare, si volse precipitosamente, vide che non era sogno, e gridò: Oh Signore benedetto! Fermo rimase su la porta, tacito e ansante, e Lucia pure, dopo quel grido, stette immota in silenzio più tempo che non bisogni a raccontare in compendio le sue vicende dal punto in cui l'abbiamo lasciata.
Ella era sempre rimasta nella casa di Don Ferrante; e fino ad un certo tempo sotto la vigilanza severa di Donna Prassede. Ma, allo spiegarsi della peste, questa signora, messe da un canto tutte le altre cure, dimenticate tutte le brighe, non solo le sue proprie, ma anche quelle di cui prima andava tanto volentieri in cerca, non ebbe più che un pensiero, dì guardarsi dal pericolo comune. Pensò ella che per fare del bene, la prima condizione è di essere in vita, e, per allora, volle assicurar questa. Quanto al prossimo, non pensò più a regolarlo, ma soltanto a tenerselo lontano, tanto che non li comunicasse la pestilenza. Don Ferrante, invece, persuaso che tutte le precauzioni immaginabili non avrebbero potuto fare che là congiunzione di Saturno con Giove non fosse avvenuta, nè stornare le conseguenze di un avvenimento dì quella sorte, non cangiò nulla al suo tenore solito di vita, e contrasse la pestilenza, che[138] in un giorno lo spicciò. Donna Prassede[139] s'era ritirata con la signora Ghita nella stanza più remota della casa; Prospero, che alla morte di Don Ferrante era certo di dovere andare a spasso, pensava a farsi un po' di fardello; il resto della famiglia seguiva il suo esempio; e il povero astrologo sarebbe morto abbandonato, se Lucia non avesse avuta la carità di prestargli qualche servigio. Il giorno stesso in cui Don Ferrante morì, Lucia fu presa da un gran sopore, rimase come insensata, e cadde senza forze: Donna Prassede ordinò tosto che[140] ella fosse portata nella via, ad aspettare un carro o una bussola che la portasse al lazzeretto. Così fu fatto, e così avvenne. Lucia, deposta in quella capannuccia, stette alcuni giorni fuori di sè, senza prender cibo, nè rimedi, lottando il vigore della natura con la violenza del male, e non riprese l'uso delle sue facoltà se non quando il male fu superato. Ma quale risvegliamento! in quel tumulto di morte, in quello scompiglio di guai, senza vedere un volto conosciuto, senza udire una voce famigliare! Pure in quel tempo, come in tutte le grandi calamità, la vista o il racconto e l'aspettazione continua dei mali rendeva preparati a tutto anche gli animi i meno agguerriti; questa preparazione, la gran ragione della necessità, la cascaggine stessa che il male aveva lasciata addosso a Lucia, la fecero avvezzare ben tosto alla sua situazione; la fiducia in Dio gliela raddolcì. La capannuccia non capiva che due letti, o covili che fossero: in pochi giorni Lucia cangiò più volte di compagnia. Finalmente, quando ella cominciava a potersi reggere, vi fu portata una donna, che era moglie, anzi vedova d'un ricco mercante di stoffe, madre, anzi orba di due figli: la peste le aveva tutto portato via. Questa, rimasta sola in casa, e sentendosi pure colpita dal morbo, aveva chiamato un commissario della Sanità, che conosceva per sua buona sorte, e che per una sorte ancor più rara era un galantuomo, e gli aveva raccomandata sè e la sua casa. Egli la fece chiudere e sigillare, promise di vegliarla, e fece portare la donna al lazzeretto, con tutta quella cura particolare che si poteva in quelle circostanze. Lucia assistette la sua compagna, che superò pure la malattia, e, come è facile ad intendersi, tra quella che prestava sì pietosi servigj, e quella che gli riceveva, ambedue deserte, buone ambedue, s'era formata una strettissima amicizia.
La vedova, prima di venire al lazzeretto, aveva nascosta nella sua casa una buona somma di danari, e vi aveva lasciate molte mercanzie, protette dal sigillo pubblico, e ancor più dalla indifferenza dei monatti per le robe che non fossero di pronto uso o di facile smercio. Trovandosi quindi sola e doviziosa, ella aveva proposto a Lucia di tenerla con sè, come una sua figlia, e Lucia, ringraziando Dio che le aveva preparato un asilo, e la buona donna che glielo offeriva, lo aveva accettato, ma solo per qualche tempo, tanto che potesse aver notizie di sua madre, e pensare a prendere una risoluzione stabile. Ciò ch'ella aveva promesso alla sua compagna era dì non abbandonarla finch'ella non potesse uscire dal lazzeretto; e perciò Lucia non s'era unita ai convalescenti che erano partiti quel giorno alla guida del Padre Felice. Ma la buona vedova, avvezza a quella dolce compagnia, e atterrita dal solo pensiero di restarne priva, nella desolazione, esprimeva di tempo in tempo quel suo terrore e si faceva rinnovare da Lucia la promessa in cui trovava la quiete dell'animo suo. E per dissipare appunto una di queste dubitanze, Lucia aveva dette le soavi parole che colpirono l'orecchio di Fermo, e che abbiamo riferite.
Fermo era dimorato su la porta; e di là il suo secondo sguardo s'era rivolto su la persona alla quale quelle parole erano state dirette; e fu molto contento quando vide a che sesso ella apparteneva.
—Ah! siete viva e v'ho trovata! diss'egli, quando potè ricuperar la parola; ed entrò nella capanna.
—Voi! sclamò Lucia.
—Son venuto qui per cercarvi, e v'ho trovata! rispose Fermo.
—E la peste?
—L'ho avuta.