Il terzo giorno, la buona vedova, con molte lagrime e con quelle promesse di rivedersi che si fanno anche quando si ignora se e quando sì potranno adempire, si staccò dalla sua Lucia e tornò a Milano: e gli sposi con la buona Agnese, che tutti e due ora chiamavano mamma, preso commiato da Don Abbondio, diedero un addio, che non fu senza un po' di crepacuore, ai loro monti, e s'avviarono a Bergamo. Avrebbero certamente divertito dalla loro strada per fare una visita al Conte del Sagrato, ma il terribile uomo era morto di peste, contratta nell'assistere ai primi appestati.
La picciola colonia prosperò nel suo nuovo stabilimento col lavoro e con la buona condotta. Dopo nove mesi Agnese ebbe un bamboccio da portare attorno, e a cui dare dei baci, chiamandolo cattivaccio. Ella visse abbastanza per poter dire che la sua Lucia era stata una bella giovane e per sentir chiamar bella giovane una Agnese, che Lucia le diede qualche anno dopo il primo figliuolo[149]. Fermo pigliava sovente piacere a contare le sue avventure, e aggiungeva sempre: d'allora in poi ho imparato a non mischiarmi a quei che gridano in piazza, a non fare la tal cosa, a guardarmi dalla tal altra. Lucia però non si trovava appagata di questa morale: le pareva confusamente che qualche cosa le mancasse. A forza di sentir ripetere la stessa canzone e di pensarvi ad ogni volta, ella disse un giorno a Fermo: Ed io, che debbo io avere imparato? io non sono andata a cercare i guaj, e i guaj sono venuti a cercarmi. Quando tu non volessi dire, aggiunse ella, soavemente sorridendo, che il mio sproposito sia stato quello di volerti bene e di promettermi a te. Fermo quella volta rimase impacciato, e Lucia, pensandovi ancor meglio, conchiuse che le scappate attirano bensì ordinariamente de' guaj; ma che la condotta la più cauta, la più innocente non assicura da quelli: e che quando essi vengono, o per colpa, o senza colpa, la fiducia in Dio gli raddolcisce e gli rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benchè trovata da una donnicciuola, ci è sembrata così opportuna, che abbiamo pensato di proporla come il costrutto morale di tutti gli avvenimenti che abbiamo narrati, e di terminare con essa la nostra storia.
17 settembre 1823.
V.
La Serva di Don Abbondio.
Colla compagnia di questi pensieri [Don Abbondio] giunse a casa, chiuse diligentemente la porta e andò a gettarsi su un seggiolone nel suo salotto, dove la sua serva Vittoria[150] stava parecchiando la tavola per la solita cena. Poche cose a questo mondo sono più difficili a nascondersi di quello che sieno i pensieri sul volto d'un curato agli occhi della serva. Ma lo spavento e l'agitazione di Don Abbondio erano così vivamente dipinti negli occhi, negli atti e in tutta la persona, che per distinguerli non vi sarebbero bisognati gli occhi della vecchia Vittoria.
—Ma che cosa ha, signor padrone?
—Niente, niente.