—Oh perchè? riprese Perpetua: indi, rivolta ai due fratelli: entrate disse, salite pure, che vengo anch'io.—Quegli entrarono.

—Perchè, ripigliò Agnese, una donna pettegola! non sanno le cose e voglion parlare... credereste? si ostinava a dire che non vi siete sposata con Beppo, perchè egli non vi ha voluto. Io sosteneva che voi l'avete rifiutato...

—Certo, sono stata io; ma chi è costei?

—Questo non fa... ma non potete credere quanto mi sia spiaciuto di non saper ben bene tutta la storia, per confonder colei.

—È una bugiarderia, disse Perpetua, la più nera. Sentite come andò la faccenda, e ho testimonj, vedete. Ehi, Tonio, socchiudete la porta, e salite pure, ch'io verrò poi. Tonio rispose di dentro che si. Perpetua cominciò la sua storia e Agnese si avviò verso l'angolo della casa, opposto a quello dietro cui erano in agguato i due giovani, e quando pur passo passo vi fu giunta, lo voltò, seguita da Perpetua: e voltatolo, tossì per dar segno. Il segno fu inteso, e Fermo traendo Lucia, la quale correva come un leprotto inseguito, in punta di piè vennero fino alla porta, l'aprirono delicatamente e si trovarono nel vestibolo coi due fratelli, che gli stavano aspettando. Chiusero sommessamente il chiavistello[162] per di dentro e salirono insieme, mentre Agnese moltiplicava le inchieste, per trattenere la fante. I quattro congiurati, tutti diversamente commossi, ascesero le scale, e posati che furono sul pianerottolo: Toni disse ad alta voce: Deo gratias, ed entrò col fratello, mentre Don Abbondio, che gli aspettava, rispose: Avanti. Fermo e Lucia ristettero dietro la porta: senza muoversi, senza alitare: l'orecchio il più fino non avrebbe potuto ivi intender altro che il battito del cuore di Lucia. Toni, entrato, socchiuse la porta dietro di sè. Don Abbondio, convalescente della febbre, e non guarito della paura, stava seduto su un vecchio seggiolone, ravvolto in una vecchia zimarra, coperto il capo d'un vecchio camauro, sotto il quale si vedeva uno sguardo sospettoso e teso, un lungo naso, e fra due guance pendenti una bocca quale ognuno l'ha dopo d'aver sorbita una ostica medicina. Aveva dinanzi a sè una vecchia tavola e sulla tavola una picciola lucerna, che mandava una luce scarsa sulla tavola e sui dintorni, e lasciava il resto nelle tenebre. Presso alla lucerna, era il breviale, e aperto dinanzi a Don Abbondio il Quaresimale[163].

—Ah! ah! fu il saluto di Don Abbondio.

—Il signor curato dirà che siamo venuti tardi, disse Toni inchinandosi, come pure fece più goffamente Gervaso.

—Venite tardi in tutti i modi, rispose Don Abbondio. Basta, vediamo.

—Sono venticinque buone lire di quelle con Sant'Ambrogio a cavallo, disse Toni, cavando un gruppetto di tasca.