Don Abbondio, vedendo che il nimico non voleva sgomberare, si fece ad una finestra che dava sul sagrato, a gridare ajuto. Batteva la più bella luna del mondo, e l'ombra della chiesa e del campanile si disegnava sulle erbe lucenti del sagrato: per quell'ombra veniva tranquillamente[165] con un gran mazzo di chiavi pendente alla mano il sagrista, il quale, dopo suonata l'avemaria, era rimasto a scopare la chiesa e a governare gli arredi dell'altare. Lorenzo! gridò il curato, accorrete, gente in casa! ajuto. Lorenzo si sbigottì; ma con quella rapidità d'ingegno che danno i casi urgenti, pensò tosto al modo di dare al curato più soccorso ch'egli non chiedeva e di farlo senza suo rischio. Corse indietro alla porta della chiesa, scelse nel mazzo la grossissima chiave, aperse, entrò, andò difilato al campanile, prese la corda della più grossa campana e tirò a martello[166].

B) SECONDA MINUTA.

Tra il primo concetto d'una impresa terribile e l'adempimento (ha detto un barbaro[167] che non era privo d'ingegno) l'intervallo è un sogno pieno di fantasmi e di paure. Lucia era da molte ore nell'angosce di questo sogno: e Agnese, la stessa Agnese, l'autrice del consiglio, stava sopra pensiero, e trovava a stento parole per rincorare la figlia. Ma al momento del destarsi, al momento in cui si vuol por mano all'azione, l'animo si trova tutto trasformato. Al terrore e al coraggio, che vi battagliavano, succede un altro terrore, un altro coraggio: l'impresa si affaccia alla mente come una nuova apparizione: ciò che più si apprendeva da prima sembra talvolta divenuto in un punto agevole: talvolta s'ingrandisce l'ostacolo che appena si era avvertito, l'immaginazione sì arretra spaventata, le membra negano il loro uficio, e il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza[168].

Al bussare sommesso di Fermo, Lucia fu presa da tanto terrore, che risolvette in quel momento dì soffrire ogni cosa, di esser sempre divisa da lui, piuttosto che eseguire la risoluzione presa; ma quando Fermo sì fu mostrato, ed ebbe detto: son qui, andiamo; quando tutti si mostrarono pronti ad avviarsi senza esitazione, come a cosa stabilita, irrevocabile, Lucia non ebbe spazio nè cuore d'intromettere difficoltà; e, come strascinata, prese tremando un braccio della madre, un braccio del promesso sposo, e s'avviò, senza far motto, colla brigata avventuriera.

Zitti, zitti, nelle tenebre, a passo misurato uscirono dalla porta e presero la strada fuori del paese. La più dritta e corta era di attraversarlo per divenire all'altro capo, dov'era la casa di don Abbondio: ma scelsero la più lunga onde camminare inosservati. Per una giravolta di stradicciuole al di fuori, giunsero in breve presso alla meta, e quivi si divisero. I due promessi rimasero nascosti dietro l'angolo della casa, Agnese con essi, ma dinanzi, per accorrere in tempo ad incontrare Perpetua e ad impadronirsene: Tonio col disutilaccio di Gervaso, che non sapeva far nulla da sè, e senza il quale non si poteva far nulla, si affacciarono bravamente alla porta e toccarono il martello.

—Chi è, a quest'ora? gridò una voce alla finestra, che si aperse in quel momento: era la voce di Perpetua. Malati non ce n'è, ch'io sappia: è forse accaduta qualche disgrazia?

—Son io, rispose Tonio, con mio fratello, che abbiamo bisogno di parlare col signor curato.

—È ora da cristiani questa? rispose agramente Perpetua: che discrezione! tornate domani.

—Sentite: tornerò, o non tornerò: ho riscossi non so che danari, e veniva a saldare quel debituccio che sapete: aveva qui venticinque belle berlinghe nuove: ma se non si può, pazienza: questi so come spenderli, e tornerò quando ne abbia riscossi degli altri.