XI.

L'Innominato; brano della seconda minuta, stralciato poi dall'Autore[181].

Nello schizzo che siam per dare della vita e del carattere di quell'innominato noi collocheremo alcuni passi del Ripamonti, traducendoli alla meglio dal suo bel latino[182]. Pel rimanente non abbiamo altra autorità che quella del nostro manoscritto.

L'innominato era un tiranno, nel senso che si dava allora alla parola, che non mi andaste ad accusar per giacobino: tiranni, nell'uso comune e nelle gride erano nominati coloro che col mezzo dei loro servi o bravi, resistevano più o meno agli ordini ed alla forza pubblica, e ne esercitavano una arbitraria, capricciosa, più o meno iniqua sopra i meno possenti. Fra quelli ai quali le ricchezze e la nascita rendevano, in quella condizione di tempi, possibile una tale tirannia, ben radi erano che non ne usassero un pochetto, almeno in certe occasioni, talvolta forse senza averne una coscienza ben distinta; molti la usavano come una professione; fra i molti spiccava quest'uno. Unico erede d'una famiglia primaria, nato con un talento superbo, imperioso, feroce, cresciuto fra l'apparato d'una grande opulenza e d'una gran forza domestica, fra il chinar riverente di facce bellicose e le dimostrazioni d'una servilità pronta a tutto intraprendere, fra il concerto di cento voci che esaltavano a gara la potenza della casa; e divenuto padrone in età assai giovanile, egli non fu contento della porzione di superiorità che avevano goduta i suoi maggiori. Queglino erano riveriti; egli volle esser terribile: eran lasciati stare anche dai più potenti e irrequieti; a lui pareva di scadere, quando non facesse stare nessuno: erano per lo più rimasti al di sopra in ogni impegno dove avessero parte; egli volle essere arbitro negli altrui, in quelli dove non aveva pure un pretesto per intromettersi. Già da più generazioni la sua casa spiccava per una sontuosità principesca; egli riformò tutto quello sfoggio di conviti, di caccie, di torneamenti, e ne impiegò il costo in aumento di forza, in bravi, in armi, in ispedizioni. Passava allora una gran parte del tempo in città, e quivi la sua prima occupazione o il suo divertimento fu di andare in cerca di quelli che nella turba dei soverchiatori di mestiere erano i più famigerati, di pararsi loro dinanzi in qualunque occasione, per tastarli, per provarsi con loro e diminuire quella loro gran riputazione, o farsegli amici, d'un'amicizia però subordinata dalla parte loro, che era la sola che gli piacesse, la sola, per dir così, ch'egli sapesse intendere. In poco tempo ne ridusse molti a desistere da ogni rivalità e a dargli la mano in ogni congiuntura, ne conciò male qualcheduno dei più superbi e indomiti, e n'ebbe molti amici al modo ch'egli desiderava. Nessun d'essi lo avrebbe confessato, ma tutti sentivano alla sua presenza, e pensando a lui, una certa inferiorità, che gli sforzava a risguardarlo e a trattarlo piuttosto come un capo, che come un amico. Nel fatto però egli veniva ad essere il faccendone, lo strumento di tutti coloro, e alle volte in affari in cui la cooperazione sarebbe sembrata anche a lui vile, obbrobriosa, se non vi fosse entrata la difficoltà e la forza, cose che nel concetto comune, e più nel suo, nobilitavano tutto. Era a quei tempi cosa trita e quotidiana, massime fra i soverchiatori di professione, il richiedere negli impegni scabrosi l'aiuto e l'opera degli amici; cosa disonorevole il rifiutarla senza buone ragioni; e perchè l'ingiustizia o il pericolo dell'impresa fossero contate come tali, bisognava che arrivassero a un grande eccesso. Una simile consuetudine, che era pei tiranni un mezzo e un carico del mestiere, secondo le occasioni, doveva naturalmente dar molte faccende a un tiranno come questo. I molti suoi amici avevano molte e varie passioni da soddisfare; la predominante in lui era quella di far cose vietate e difficili, e di non iscapitare, massime appo loro, di quel gran concetto di audacia e di potenza. Pigliava quindi facilmente i loro impegni, concorreva alle loro spedizioni e le dirigeva; mandava i suoi bravi a minacciare i loro rivali di amorazzi e di precedenze; a questo faceva intimare che non passasse nella tal contrada, a quello che non persistesse nella tal lite, risguardava il renitente come suo nemico personale, lo affrontava nella via con un pretesto, e gli dava una pena infamante sulla superficie del corpo, o una più nobile al di dentro, secondo la condizione della persona. E in quanti ebbe di questi scontri, in tanti rimase al di sopra, più gagliardo, più coraggioso, più destro, com'era, e meglio accompagnato d'ogni altro. Per una strada tale, e di quel passo, non si poteva, manco in allora, andar lungo tempo senza incontrarsi colla giustizia. Ben è vero che l'innominato non lasciava di adoperare tutte le cautele usitate dagli altri per eluderla e scansarla; e massime nelle cose più gravi, come per esempio quando si trattasse d'un omicidio premeditato, o d'un ratto, andava travestito, cercava i luoghi, aspettava i momenti scuri: anche i suoi bravi a fare le intimazioni più arrischiate e le spedizioni più atroci, andavano acconciati in forma, parlavano in modo, da lasciar conoscere a cui appartenevano, quanto era necessario per incuter più terrore, non tanto che bastasse a provare che appartenevano a lui. Di modo che ad ognuno di quei suoi attentati, la giustizia non aveva fatta altra dimostrazione che di pubblicare una di quelle gride, chiamate d'impunità, colle quali si prometteva questa e un premio al complice che facesse conoscere l'autor principale o i principali autori del delitto, dando indizii sufficienti a procedere: gride che nei casi di quest'uomo non avevano mai prodotto alcun effetto, per ragioni che in parte s'indovinano facilmente, e che in parte accenneremo in appresso. Quanto alle violenze ch'egli aveva commesse a fronte scoperta, in pien meriggio, nella via, v'era ad una per una il verso di rappresentarle come necessitate dalla difesa, o dall'onore, il codice del quale era allora molto più rigido e sofistico riguardo alle offese, e infinitamente più largo riguardo alla misura e ai modi delle soddisfazioni, che non lo sia al presente; e nello stesso tempo era più considerato come obbligatorio anche dove fosse in opposizione colle leggi, non solo dal più dei privati, ma anche da quelli che promulgavano ed eseguivano le leggi. Con questi mezzi un uomo del suo grado poteva assicurarsi l'impunità di mal fare, fino ad un certo segno; ma costui passava tutti i segni. Ne faceva più che nessun altro del suo mestiere; offendeva piccoli e grandi senza distinzione; e nello stesso tempo trascurava altri mezzi indispensabili anche per fare impunemente meno di lui.

Gli altri tiranni (prescindo da alcuni disperati, che in guerra aperta colle potestà e colla società, vivevano or raminghi, or rintanati nei loro castellacci, e stavano anche alla strada come veri capi di masnadieri; parlo di quelli che volevano abitare in città e godere i comodi, gli spassi, gli onori della vita civile) gli altri tiranni mantenevano più aderenze che fosse possibile col poter legale, si valevano delle parentele, coltivavano cogli ufici e col corteggio le amicizie degli uomini più graduati si obligavano i subalterni colle protezioni e con certi atti di cortesia degnevole, e avevano dipendenti e creati fino tra gli infimi esecutori, ai quali compensavano le minacce coi regali, Cercavano insomma di tenere una mano su le bilance della giustizia, per farle tracollare dalla parte loro in una occasione, in un'altra farle sparire che non si trovassero, per darle anche, se veniva un bel tratto, su la testa di qualcheduno che non avevano potuto finire colle armi della violenza privata. Costui, all'opposto, dopo essersi inimicati molti potenti, dei quali aveva toccati in varie occasioni i protetti, gli amici, i congiunti, non solo aveva sempre sdegnato di fare il più leggiero uficio per raddolcire quegli odii e per soddisfare quegli orgogli irritati, ma non s'era nè anche curato mai di procacciarsi almeno amici egualmente potenti da contrapporre a quelli. Le sommissioni, le pratiche, anco le cerimonie necessarie a questo fine, gli erano insopportabili: affettare una gran noncuranza per ogni autorità era un elemento della sua passione, uno di quei piaceri per cui egli affrontava tanti pericoli e faceva tante male vite. I suoi parenti stessi, che ne aveva più d'uno in alti posti, oltre che gli era lor divenuto un peso con quel suo metterli sempre a petto or d'un collega, or d'un superiore, col porli sempre al partito di combattere con rischio, o di cedere con diminuzione di credito, se gli era poi anche disgustati col suo tratto verso di loro. Avrebbero essi voluto difenderlo, ma insieme regolarlo; rattoppar bensì certe sue malefatte, ma tenersi in possesso di fargliene qualche buona riprensione, e dì prescrivergli norme dì prudenza e di moderazione per l'avvenire: egli con quel suo animo precipitoso e ricalcitrante aveva altamente sdegnato favori di quella sorte. Con tutto ciò, queglino, per l'onor del nome, avevano continuato per qualche tempo a sostenerlo; ma finalmente, vedendo meglio d'ogni altro, nella regione delle nuvole dove abitavano, il grosso temporale formato contro di lui; informati che dalla bocca stessa del governatore erano usciti certi tuoni sordi e cupi, per non commettere il loro credito nel sostegno d'una causa che alla fine doveva esser perduta, s'erano ridotti a far vista di abbandonarla volontariamente, a mostrarsi irritati più che altri contra il loro scandaloso parente, a far gli antichi romani, e lasciarsi intendere che, mettendo le leggi e l'ordine pubblico innanzi agli affetti privati, avrebbero lasciato un libero corso alla giustizia. Con lui non potevano altro che mandargli avvisi di tempo in tempo, che s'egli tirava innanzi a quel modo, non facesse più conto della loro assistenza. Quanto agli amici dell'innominato, essi non erano per lo più gente che avesse voce per sè in quel capitolo: alcuni, è vero, imparentati con togati potenti, facevano con essi a favore dell'innominato gli ufici ch'egli sdegnava; ma tali ufici indiretti avevano poca forza contra le ire radicate e le pratiche degli avversarii, occulte, in parte, per timore, ma calde e insistenti.

Le cose erano in questo stato, quando una mattina si trovò in una via il cadavere malamente trafitto d'un uomo ch'egli odiava: (il manoscritto non dice di più), e la voce publica disegnò tosto l'innominato come autore del fatto. In senato, nel palazzo del governatore, nei gabinetti dei potenti, nemici dell'innominato, si mormorò che era venuta la volta di dar finalmente un grande esempio. Il capitano di giustizia ricevette ordine segreto di procedere alla cattura. Ordini tali contra tali uomini era ancor più difficile l'eseguirli che il darli: bisognava non lasciar traspirar nulla dell'intenzione, per sorprendere il nemico, e insieme dar molte disposizioni e mettere in campo forze straordinarie. Di queste forze poi non si poteva far capitale che fino ad un certo segno: quando si aveva che fare con un tiranno di conosciuta bravura, e circondato da una mano di disperati, il più dei birri vi andavano di mala voglia, alcuni si rincantucciavano anche per non lasciarsi trovare, o nel bello della spedizione la davano a gambe, o abbassate le armi e cavato il cappello dicevano: illustrissimo signore, vada pure liberamente, che noi non siamo per fargli male. E quand'anche nessun di loro avesse intelligenze coi bravi del tiranno, che si voleva prendere, se ne sarebbe trovato più d'uno che pel solo amore della pace avrebbe cercato qualche mezzo di farlo avvertire; acciocchè, fuggendo, togliesse sè ed altri d'impaccio. Come che la cosa andasse in questo caso, l'innominato ebbe tosto avviso da più d'un luogo dell'ordine fulminato contra di lui. Non pensò pure di mettersi in salvo colla fuga, non si curò di rimpiattarsi, si mostrò anzi in pubblico più del solito con un più grande accompagnamento, per guardia insieme e per ostentazione, non rimise punto della sua solita arroganza; anzi spiò attentamente se qualche parente del morto gli passasse dinanzi con aria di provocazione, se alcuno de' suoi nemici coperti volesse in quella occasione alzare un po' la cresta e uscire appena appena dei termini consueti di rispetto, deliberato e desideroso di farne in tali circostanze qualche dimostrazione più strepitosa.

In questo mezzo fu avvertito che un bargello, famoso per varie prese difficili, scaltrito negli agguati e intrepido negli assalti, coraggioso per natura e obbligato ad esserlo sempre più per conservare la sua riputazione di coraggio, essendogli stata questa volta promessa da certi potenti una grossa somma di danari se facesse il colpo, ne aveva preso l'impegno, e che troverebbe egli il modo di metter la musoliera all'orso e di menarlo legato in gabbia. Da quel momento la vita del bargello divenne un tormento per l'innominato; se lo sentiva, per dir così, pesare su le spalle. Per adescarlo e crescergli animo, finse d'essere entrato in timore, si tenne chiuso in casa, fece sparger voce dì volere sfrattar di soppiatto e travestito. Molta gente diceva che s'eran veduti altri birboni dopo averne fatte tante e tante perdere in un tratto quel gran rigoglio quando la loro ora era venuta; gli amici non sapevano più che pensare; egli rintanato coi suoi bravi non si lasciava veder da nessuno. I birri, che fino allora avevano giucato dalla lunga, cominciarono a ronzare in frotte nei contorni della casa, a tenersi ai canti della via: il bargello lì metteva a posto, li moveva, dirigeva ogni cosa, girava travestito, teneva e faceva tener l'occhio, ora alla porta, ora agli sbocchi della via, sbirciava con certi suoi occhi cervieri chiunque uscisse di qua o di là, temendo sempre che il suo uomo non gli scappasse sotto qualche travisamento. Ma l'uomo, che pensava a fargli tutt'altro tiro che quello, avvertito un dì sul vespero che il bargello vigilante s'era piantato ad un canto della via, chiama un suo ragazzaccio, ch'egli andava allevando al patibolo, gli pone una valigetta su le spalle, e lo ammaestra che esca da quel canto, strisciando dietro il muro a guisa di chi vorrebbe passare inosservato. Mosso questo zimbello, egli mette l'occhio a un pertugetto d'una imposta chiusa, per vedere che accade nella via, e pochi istanti dopo vede birri a due, a tre venire innanzi e allogarsi dietro gli angoli di questa e di quella casa vicina, e poi avanzarsi il bargello in persona, entrare in una porta, star qualche momento, uscire, entrare in un'altra più vicina, far capolino, guardar fuori.