Lascia in vedetta a quel pertugio un servo che desse un gran fischio quando il bargello porrebbe il piè nella via e verrebbe verso la casa, scende in fretta con molti altri, e li fa star pronti in arme sotto il portico; egli cheto cheto va nell'androne a porsi a canto una parete, tenendo colla destra il cane e il grilletto, colla sinistra la canna d'una sua carabina, terribilmente famosa al pari di lui. Un fischio, un salto alla soglia, una sguardata, una mira, uno scoppio, il bargello per terra, tutto ciò avvenne in sei secondi. L'assassino rientrò subitamente, chiamò i bravi, e alla testa loro piombò addosso ai birri, che, sorpresi dal colpo e sopraffatti dal numero, la diedero a gambe[183].
La città fu piena del caso. La notizia ne giunse al palazzo di giustizia coi birri più corridori: il capitano corse a darla al governatore. Per l'ordinario i governatori non s'impacciavano in queste faccende: non già che fosse massima di lasciar fare i tribunali; era anzi massima che i governatori potessero non solo far le leggi, ma applicarle, derogare, dispensare, dare in ogni caso gli ordini che loro paressero a proposito. Molti infatti ne venivan dati in loro nome; ma per lo più non v'era altro che il nome; l'attenzione, la volontà e l'opera loro si esercitava in tutt'altri oggetti.
Chi nasce in questo mondo nei tempi ordinarii, dice il manoscritto[184], è come un sonatore d'una grande orchestra in una festa, che si sveglia nel mezzo d'una sonata e d'una danza, e trova una musica avviata, un tuono, una misura: bada un momento, per capirla bene, e poi piglia il suo stromento[185] e cerca d'entrare in concerto. Così quegli spagnuoli, che nascevano per essere governatori dello Stato di Milano, trovavano una musica avviata di faccende in corso, un gran numero d'idee stabilite e predominanti, e fra l'altre questa: che la potenza spagnuola aveva, o voleva, o doveva avere su tutta l'Italia, almeno un predominio. Quando uno veniva spedito a questo governo, vi portava l'idea fissa che mantenere ed estendere questo predominio doveva essere la sua grande occupazione. Lo era in fatti, e lo sarebbe stata, quand'anche, egli, per impossibile, non avesse avute nè istruzioni, nè inclinazioni a ciò. Perchè trovava incamminata un'altra macchina opposta e complicatissima, mossa continuamente da altre potenze, che non volevano quella storia del predominio, e ne stavano sempre in sospetto, si trovava a fronte e da ogni lato un vasto e confuso sistema di resistenze, di difese, di offese, centra il quale gli bisognava pure ingegnarsi. Bisognava dunque vigilare tutti i principi e gli Stati d'Italia, mantener questi nella devozione consueta, contener quegli altri, o spaventarli, attirarli, conoscere i loro pensieri, inimicarli, o riconciliarli, secondo le occorrenze: un mondo di cose. Oltracciò i governatori erano capitani generali e conducevano in persona le guerre, che avevano fatte nascere, o che non era loro riuscito d'impedire, in Italia, o che vi si facevano come parte di guerre più generali. Avevano quindi sempre gli occhi e le mani in quella grande matassa che avevano trovata scompigliata, e scompigliata lasciavano partendo dal governo, o dal mondo; e non restava loro troppo ozio per le cose di governo interiore: le facevano fare, o le lasciavan fare, mettevano di gran ghirigori in fondo a molte carte, su le quali era scritto che eglino erano risoluti che le tali cose andassero al tal modo, senza curarsi poi di sapere nè il che, nè il perchè, fuor che in alcuni casi in cui per qualche cagione straordinaria avevano essi realmente una volontà, o una. ne veniva loro inspirata. Il caso dell'innominato era di questi: i suoi molti e grandi nimici lo avevano dipinto al governatore come uno spirito rubello, un perturbatore sedizioso, un uomo la cui audacia e impunità nel delitto accusavano d'impotenza o di trascuraggine la pubblica autorità; e nel vero non era calunnia. Il governatore, già irritato, al ricevere di quella notizia, ritenne il capitano, ebbe a sè membri del consiglio segreto, senatori, altri magistrati; si tenne consulta. Intanto colui che ne era il soggetto, rientrato in casa, e ben rinchiuso, aveva pigliata la risoluzione di non si muovere e si preparava ad ogni evento; ma in quella notte stessa, qualche amico, venuto a lui di soppiatto, gli comunicò di avere avuto avviso segreto e certo che il governatore aveva personalmente preso impegno in quell'affare, ed era deliberato di fare all'ultimo uscir del castello un corpo di moschettieri che si unisse ai birri e desse l'assalto alla casa. Non era più il caso di esitare: le forze d'un privato, anche nel supposto inverisimile che in tanto pericolo fossero per serbarglisi costanti, non potevano competere con un tale avversario, ogni volta che volesse davvero adoperar tutte le sue. Sul far del giorno l'innominato uscì con tutti i suoi bravi, e si andò a ritirare in un convento vicino. In quei luoghi gli ospiti pari suoi, accompagnati, o no. dovevano esser sofferti, anzi accolti, quand'anche fossero tutt'altro che desiderati; e la forza secolare non supponeva pure che fosse possibile d'introdurvisi. Un tal passo acquetò anche un poco la furia, e indebolì l'impegno del governatore: perchè nei casi in cui si trattava più di vincere un puntiglio che di punire un reo, la fuga di questo in un asilo poteva parere una specie di soddisfazione alla potestà civile, un confessare che non si ardiva di farle fronte nel campo della sua giurisdizione; e per un uomo, che ha molti affari grossi, poco basta a raffreddarlo in uno che non sia dei principali. Però comparve in quel giorno una grida del governatore stesso, colla quale a chi consegnasse vivo l'innominato nelle mani della giustizia, in maniera che sopra di lui ella potesse esercire li suoi atti, venivano promessi mille scudi di premio e la liberazione di quattro banditi, l'impunità propria al consegnante, s'egli fosse complice, e la liberazione, s'egli fosse bandito, purchè non lo fosse per certi casi riservati.
Vorrei poter risparmiare al lettore tutte queste notizie e riflessioni generali su le opinioni, gli usi, le istituzioni di que' tempi, e condurlo speditamente di fatto in fatto fino al termine della storia; ma i fatti che mi tocca di raccontare sono talvolta così dissimili dall'andare comune dei nostri giorni, così estranei alla nostra esperienza, che a dar loro un certo grado di chiarezza, mi par pure indispensabile di spiegare alquanto lo stato di cose nel quale e pel quale potevano essere. Altrimenti, a quelli che non hanno fatti studii particolari sopra quell'epoca, sarebbe come presentare un osso d'uno di questi animaloni di razze perdute, senza dare un po' di descrizione dello scheletro, o di quel tanto che se n'è potuto trovare e mettere insieme, per la quale si vegga come quell'osso giuocava. S'io dicessi semplicemente che tutte le promesse di quella grida non produssero alcun effetto, senza darne alcuna ragione, forse a taluno la cosa potrebbe parere strana e inverosimile; due parole dunque, abbiate pazienza, anche su questo proposito.
L'intento delle gride, chiamate d'impunità, e che appunto avevano un nome proprio per esser molto frequenti, l'intento era, come ognun vede, d'indurre i rei medesimi a farsi ministri della giustizia, e di seminare la diffidenza fra loro. Perduta la speranza e abbandonata la pretensione di ottener l'effetto intero degli editti, si voleva almeno, col sagrifizio d'una porzione del pubblico esempio, assicurarne un'altra, e la più importante. Ma, senza parlare della sensatezza dell'intento, nè del merito morale dei mezzi, che questi, in moltissimi casi, riuscissero inefficaci a conseguirlo, ne abbiamo la prova in molte gride d'impunità contra uno o più banditi, ripublicate molti anni dopo la prima publicazione. L'impunità d'un delitto era un premio di poco valore per complici che d'ordinario ne avevano addosso molti altri, e che intanto godevano, con fatica, è vero, una impunità intera all'ombra del loro capo. La liberazione era un debole allettamento per banditi che non vivevano, nè volevano vivere se non di quelle cose per le quali s'incorreva nel bando. Di più, per ottenere questi vantaggi, quali che fossero, il complice o il bandito doveva necessariamente aver che fare con la giustizia, confidarsi ad una autorità cavillosa e malfida, la quale certamente desiderava più di sterminarlo che di dargli una ricompensa, e che disponeva di procedure complicatissime, e non solo operava ad arbitrio, ma ne aveva consecrato anche il nome. Quanto a quell'esca del premio pecuniario, ella non poteva tentare che una classe di persone: le gride costituivano birro o carnefice ogni cittadino che avesse voluto farne l'uficio e meritarne la paga; ma l'uso della forza publica e le idee comuni tendevano a tutt'altro che a far risguardare come onorevole e virtuosa una tale cooperazione del privato a quella forza, e nessun uomo dabbene e pacifico avrebbe voluto affrontare un pericolo e l'infamia, nè vincere una ripugnanza fondata in gran parte sopra motivi onesti, per amore degli scudi. Non restavano dunque che i facinorosi di professione, e gli scherani stessi del tiranno; ma quando uno di questi fosse riuscito a far sicuramente il suo colpo, doveva poi aspettarsi la vendetta di lui, se, preso, egli tornava in libertà, o dei suoi parenti ed amici, s'egli fosse stato morto; doveva, dico, aspettarsela con certezza, in un tempo in cui la vendetta era dai più tenuta come una obligazione d'onore, e l'assassinio in questi casi non era contato fra quelle azioni che lo tolgono. Tutto ciò quando l'impresa di prendere o di uccidere un tiranno fosse stata per sè agevole; ma i tiranni adoperavano anch'essi naturalmente tutti i mezzi che potevano, per assicurarsi contra la forza aperta e contra le insidie; di questi mezzi ne avevano assai; e quel che è osservabile, le gride stesse, fatte contra di essi, ne suggerivano, ne somministravano loro alcuni, e dei più potenti.
Le società civili (ancora un momento di pazienza) sono state spesso paragonate al corpo umano, i legislatori ai medici, le leggi alle medicine: e in fatti queste cose si somigliano molto, se non altro in ciò, che son tutte cose assai curiose. Hanno poi altre somiglianze parziali; eccone una. Un medico amministra un rimedio ad intenzione che faccia nel corpo una tale operazione, che il rimedio fa, o non fa, ma ne fa poi sovente altre che il medico non ha volute, nè prevedute, che non riconoscerà come conseguenze del suo fatto, quando si manifestino, ma dirà: oh, vedete un po' che scherzi fa la natura! Lo stesso accade sovente in fatto di leggi: e siccome poi le società civili sono infermi di lunga vita, sono, per servirci di un modo proverbiale, di quelle conche fesse che bastano un pezzo, così alle volte, appena dopo cento, dugento, trecent'anni, si comincia a sospettare, ad aver sentore, che certe doglie vecchie d'un corpo sociale, certi sintomi stravaganti e non mai spiegati, sono effetti d'uno specifico mirabile applicato o cacciato giù fin da quel tempo per ordine d'un medico valente, (parlo in metafora) o per consulto di più valenti medici. V'ha anche alcuni di questi effetti, nè voluti, nè preveduti dal legislatore, che danno in fuori immediatamente. Le gride, di cui parliamo, dovevano produrre inevitabilmente questo: che i tiranni, quanto più erano minacciati da quelle, tanto più si tenessero intorno di quei malfattori segnalati, ai quali le gride non promettevano grazia, e che non avendo altra speranza di salvezza che nel loro signore, non solo non erano tentati d'ordirgli insidie, ma interessati a guardarlo dalle altrui. Così quegli atti legislativi tendevano, non per intenzione, ma in fatto, a riunire i più perniciosi e determinati ribaldi, davano, per così dire, un nuovo bisogno e un nuovo indicamento di organizzazione alle forze nemiche della giustizia in tutti i sensi di questa parola. Che se, per uscire da questo inconveniente, si fosse estesa ad ogni classe di colpevoli la promessa dell'impunità e della liberazione, si cadeva nell'altro terribile di rinunziare anche alla speranza, alla volontà, di non lasciar senza pena almeno certi più atroci misfatti. Con queste osservazioni si capisce tanto o quanto il come a nessuno venisse voglia di prendere il tiranno innominato, nè tanti altri banditi come lui.
In quell'asilo egli dovette pensare ai casi suoi. Grazia dall'autorità non era da sperarne, nè manco egli era inclinato a ricorrere ad un tale rimedio; rimaner quivi rinchiuso, a che fare? e fin quando? Uscirne, e tornare a casa sua a far la vita di prima, non era cosa riuscibile, al punto a cui aveva spinte le cose. Risolvette dunque di sfrattar dallo Stato. Suppongo che a questa circostanza debba riferirsi un tratto della sua vita, che è menzionato nella storia sopra citata del Ripamonti, un tratto che basterebbe a dare un'idea dell'uomo, e che noi riporteremo perciò, traducendolo alla meglio dall'energico latino di quello scrittore: «Una volta», dic'egli, «che costui, non so per qual cagione, volle sgombrare il paese, la paura che mostrò, il riguardo e la segretezza che usò, furono tali: traversò la città a cavallo, con un seguito di cani» (gli uomini si sottintendono) «a suon di tromba; e passando dinanzi al palazzo di Corte, lasciò alle guardie un'imbasciata di villanie pel governatore». Uscito ch'ei fu dello Stato, si pubblicò un altro bando che ne lo dichiarava cacciato, e gli levava la protezione regia, sì che, tornando, potesse esser fatto prigione e impunemente offeso da tutti, mantenute le promesse anteriori; e aggiunta la liberazione di quattro banditi a chi lo consegnasse vivo o morto. Dove egli andasse a posarsi, o dove errasse, che facesse fuori e quanto tempo vi rimanesse, nè il manoscritto lo dice, nè altrove ne ho trovata menzione: trovo soltanto che una mattina egli pigliò il partito di tornarsene in paese. O fosse cangiato quel governatore che s'era dichiarato suo nemico personale; fossero mancati di vita o decaduti di potenza alcuni de' suoi più capitali nemici, o venuti in potenza de' suoi amici; o fosse levato il bando per qualche potentissima raccomandazione (che anche un tal supposto è verisimile in quella condizione di tempi); o fossero nate altre circostanze qualunque da inspirargli una nuova sicurezza, o quel suo animo gliene tenesse luogo, certo è ch'egli stimò di poter tornare liberamente a casa sua e di stabilirvisi, e vi tornò infatti, non però in Milano, ma in un castello d'un suo feudo su l'estremo confine col territorio bergamasco, e allora collo Stato Veneto. È parimente certo che nella sua assenza egli non aveva rotte le pratiche, nè intermesse le corrispondenze con que' tali suoi amici, e che stabilito nel suo castello continuò ad essere unito con loro, per tradurre letteralmente dal Ripamonti, «in lega occulta di consigli atroci e di cose funeste». Pare anzi che quel terribile faccendone di misfatti approfittasse dell'esiglio per estendere tali corrispondenze, e contraesse allora in più alti luoghi certe nuove terribili pratiche, delle quali il Ripamonti parla con una sua brevità misteriosa: «Anche alcuni principi esteri», dice questo scrittore, «si valsero più volte dell'opera sua per qualche importante uccisione, e in più d'un caso gli spedirono da lontano rinforzi di gente che servisse a ciò sotto i suoi ordini». Noi abbiamo ben fatto il possibile per trovar qualche più distinto particolare d'un fatto così importante alla cognizione e del personaggio e dello stato della società in quel tempo; ma senza effetto. La storia, e massime quella dei costumi, è nei libri, come nei musei d'anticaglie, a pezzi e bocconi, e troppo spesso, principalmente nei libri, se ne trova di quelli che non si possono mettere insieme con altri pezzi e con altri bocconi, tanto da vederne una figura, e da ricavarne una notizia[186].