«Bravo, figliuolo, bravo!» rispose il notaio, tutto manieroso: «vedo che avete giudizio; e, credete a me che son del mestiere, voi siete più furbo che tant'altri. È la miglior maniera d'uscirne presto e bene: con codeste buone disposizioni, in due parole siete spicciato, e lasciato in libertà. Ma io, vedete figliuolo, ho le mani legate, non posso rilasciarvi qui, come vorrei. Via, fate presto, e venite pure senza timore; che quando vedranno chi siete; e poi io dirò.... Lasciate fare a me.... Basta; sbrigatevi, figliuolo.»
«Ah! lei non può: intendo,» disse Renzo; e continuava a vestirsi, rispingendo con de' cenni i cenni che i birri facevano di mettergli le mani addosso per farlo spicciare.
«Passeremo dalla piazza del duomo?» domandò poi al notaio.
«Di dove volete; per la più corta, affine di lasciarvi più presto in libertà,» disse quello, rodendosi dentro di sè, di dover lasciar cadere in terra quella domanda misteriosa di Renzo, che poteva divenire un tema di cento interrogazioni.—Quando uno nasce disgraziato!—pensava.—Ecco; mi viene alle mani uno che, si vede, non vorrebbe altro che cantare; e, un po' di respiro che s'avesse, così extra formam, accademicamente, in via di discorso amichevole, gli si farebbe confessar, senza corda, quel che uno volesse; un uomo da condurlo in prigione già bell'e esaminato, senza che se ne fosse accorto: e un uomo di questa sorte mi deve per l'appunto capitare in un momento così angustiato. Eh! non c'è scampo,—continuava a pensare, tendendo gli orecchi, e piegando la testa all'indietro:—non c'è rimedio; e' risica d'essere una giornata peggio di ieri.—Ciò che lo fece pensar così, fu un rumore straordinario che si sentì nella strada; e non potè tenersi di non aprir l'impannata, per dare un'occhiatina. Vide ch'era un crocchio di cittadini, i quali, all'intimazione di sbandarsi, fatta loro da una pattuglia, avevan da principio risposto con cattive parole, e finalmente si separavan continuando a brontolare; e quel che al notaio parve un segno mortale, i soldati eran pieni di civiltà. Chiuse l'impannata e stette un momento in forse, se dovesse condur l'impresa a termine, o lasciar Renzo in guardia de' due birri, e correr dal capitano di giustizia, a render conto di ciò che accadeva.—Ma,—pensò subito,—mi si dirà che sono un buon a nulla, un pusillanime, e che dovevo eseguir gli ordini. Siamo in ballo; bisogna ballare. Malannaggia la furia! Maledetto il mestiere!—
Renzo era levato; i due satelliti gli stavano a' fianchi. Il notaio accennò a costoro che non lo sforzasser troppo, e disse a lui: «da bravo, figliuolo; a noi, spicciatevi.»
Anche Renzo sentiva, vedeva e pensava. Era ormai tutto vestito, salvo il farsetto, che teneva con una mano, frugando con l'altra nelle tasche. «Ohe!» disse, guardando il notaio, con un viso molto significante: «qui c'era de' soldi e una lettera. Signor mio!»
«Vi sarà dato ogni cosa puntualmente,» disse il notaio, «dopo adempite quelle poche formalità. Andiamo, andiamo.»
«No, no, no,» disse Renzo, tentennando il capo: «questa non mi va: voglio la roba mia, signor mio. Renderò conto delle mie azioni; ma voglio la roba mia.»
«Voglio farvi vedere che mi fido di voi: tenete, e fate presto,» disse il notaio, levandosi di seno, e consegnando, con un sospiro, a Renzo le cose sequestrate. Questo, riponendole al loro posto, mormorava tra' denti: «alla larga! bazzicate tanto co' ladri, che avete un poco imparato il mestiere.» I birri non potevan più stare alle mosse; ma il notaio li teneva a freno con gli occhi, e diceva intanto tra sè:—se tu arrivi a metter piede dentro quella soglia, l'hai da pagar con usura, l'hai da pagare.—