Sentir, riprese, e meditar: di poco
Esser contento: da la meta mai
Non torcer gli occhi, conservar la mano
Pura e la mente: de le umane cose
Tanto sperimentar quanto ti basti
Per non curarle: non ti far mai servo:
Non far tregua coi vili: il santo Vero
Mai non tradir, nè proferir mai verbo
Che plauda al vizio o la virtù derida.
Al Manzoni, dunque, si schiudeva finalmente la vera sua strada! Più tardi, nel 1823, volendo esporre, nella Lettera a Cesare d'Azeglio sul Romanticismo in Italia, il suo parere circa «il principio generale a cui si possano ridurre tutti i sentimenti particolari sul positivo romantico», proclamerà nettamente «che la poesia, o la letteratura in genere, debba proporsi l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo». E il poeta—il quale aveva già composti gl'Inni sacri e le due tragedie, e da due anni attendeva al Romanzo—determinerà che la poesia «debba per conseguenza scegliere gli argomenti pei quali la massa dei lettori ha o avrà, a misura che diverrà più colta, una disposizione di curiosità e di affezione, nata da rapporti reali, a preferenza degli argomenti pei quali una classe sola di lettori ha una affezione nata da abitudini scolastiche, e la moltitudine una riverenza non sentita nè ragionata, ma ricevuta ciecamente. E che in ogni argomento debba cercare di scuoprire e di esprimere il vero storico e il vero morale, non solo come fine, ma come più ampia e perpetua sorgente del bello, giacchè, e nell'uno e nell'altro ordine di cose, il falso può bensì dilettare, ma questo diletto, questo interesse è distrutto dalla cognizione del vero; è quindi temporario e accidentale. Il diletto mentale non è prodotto che dall'assentimento ad una idea; l'interesse, dalla speranza di trovare in quella idea, contemplandola, altri punti di assentimento e di riposo. Ora, quando un nuovo e vivo lume ci fa scuoprire in quella idea il falso, e quindi l'impossibilità che la mente vi riposi, vi si compiaccia, vi faccia scoperte, il diletto e l'interesse spariscono. Ma il vero storico e il vero morale generano pure un diletto, e questo diletto è tanto più vivo e tanto più stabile, quanto più la mente che lo gusta è avanzata nella cognizione del vero: questo diletto adunque debbe la poesia e la letteratura proporsi di far nascere».
La nuova scuola, propugnata e seguìta, con iscritture teoriche insigni e con capolavori d'arte quali da un pezzo non s'eran più visti in Italia, dal Manzoni; quella scuola che anche presso di noi si disse Romantica, «emancipando la letteratura dalle tradizioni tecniche, disobbligandola, per così dire, da una morale voluttuosa, superba, feroce, circoscritta al tempo e improvvida anche in questa sfera, antisociale dove è patriottica, ed egoistica quando cessa d'essere ostile», tendeva certamente, e nessuno oserebbe affermare che non conseguisse il suo nobile fine, «a render meno difficile l'introdurre nella letteratura le idee e i sentimenti che dovrebbero informare ogni discorso. E dall'altra parte, proponendo, anche in termini generalissimi, il vero, l'utile, il buono, il ragionevole, concorre se non altro con le parole, che non è poco, allo scopo della religione: non la contradice almeno nei termini. Per quanto una tale azione d'un sistema letterario possa essere indiretta», non «la giudicherà indifferente» chi abbia «osservato quanto influiscano sui sentimenti religiosi i diversi modi di trattare le scienze morali, che tutte alla fine appartengono alla religione, quantunque distinzioni e classificazioni arbitrarie possano separanele in apparenza e in parole»; chi abbia «osservato come senza parere di toccare la religione, senza neppur nominarla, una scienza morale prenda una direzione opposta ad essa, pervenga a risultati che sono inconciliabili logicamente con gl'insegnamenti di essa; e come talvolta poi, avanzando o dirigendosi meglio nelle scoperte, essa stessa convinca d'errore quei risultati, e venga così a ravvicinarsi alla religione senza pur nominarla, direi quasi senza avvedersene». Della letteratura, riconsacrata col sistema romantico, doveva avvenire, ed avvenne, come d'altre scienze morali od economiche. I più recenti cultori di queste ultime, mercè «un più attento e più esteso esame dei fatti, e un ragionato cangiamento di principii», hanno scoperta «la falsità e il fanatismo» di canoni puramente filosofici e di «dottrine opposte al Vangelo»; e «sul celibato, sul lusso, su la prosperità fondata nella ruina altrui, sur altri punti pure importantissimi, hanno stabilite dottrine conformi ai precetti ed allo spirito del Vangelo». «S'io non m'inganno», concludeva il Manzoni, «quanto più quelle scienze divengono ponderate e filosofiche, tanto più esse diventano cristiane; e più ch'io considero, più mi pare che il sistema romantico tenda a produrre e abbia cominciato a produrre, nelle idee letterarie, un cangiamento dello stesso genere».
Il Manzoni s'era dunque messo baldanzosamente per la via segnatagli dall'Imbonati, e, avendo oramai quasi superata l'erta, già già toccava la cima. Sul bel cacume del dilettoso monte—paradiso terrestre della letteratura nuova d'Italia—verdeggiano di sempiterna primavera I promessi sposi.
VII.
Occorre tuttavia spendere qualche altra parola intorno al noviziato poetico del Manzoni, e soprattutto intorno a quel Carme dov'ei tracciò così nettamente il programma della vita e dell'arte sua.
Rifacciamoci un po' dall'alto. Il 12 settembre 1782 era rogata, in Milano, la scritta nuziale tra la Giulia Beccaria, giovanetta sui venti anni (era nata il 1762), e il nobile Pietro Manzoni, di quarantasei anni (era nato a Castello sopra Lecco, il 1736); e il 20 ottobre il matrimonio era benedetto, nell'oratorio di casa Beccaria, in via Brera. Alla non piccola differenza dell'età, s'aggiungeva qualche altra ragione che non lasciava augurar bene di quelle nozze. La Giulia era stata varii anni rinchiusa in collegio; intanto che suo padre, rimasto vedovo nell'aprile del 1774, aveva avuto gran fretta di riammogliarsi. Alla giovanetta, vivace di carattere, non poteva garbare la dipendenza dalla matrigna; e le parve dunque d'acciuffar la fortuna quando, mercè la «lodevole destrezza e mediazione» nientemeno che di Pietro Verri, potè divenire la signora Manzoni.