Sennonchè, van bene Parini, Alfieri, Monti; van bene i sorrisi, un po' fuggitivi e civettuoli, di Euterpe e d'Erato, e il ghigno di Talia; ma a buon conto il novizio era quasi in sul limitare del quinto lustro, e non ancora poteva dire d'aver infilata la sua via. E quando l'ombra di Carlo Imbonati impreca contro i poetastri contemporanei:
Ma voi, gran tempo ai mal lordati fogli
Sopravvissuti, oscura e disonesta
Canizie attende!
ei si fa animo, e le chiede:
Deh vogli
La via segnarmi, onde toccar la cima
Io possa, o far che, s'io cadrò su l'erta,
Dicasi almen: Su l'orma propria ei giace.
E l'Imbonati—che il poeta giovanotto avea sentito largamente lodare
Di retto acuto senno, d'incolpato
Costume, e d'alte voglie, ugual, sincero,
Non vantator di probità, ma probo;
l'Imbonati, ammiratore fervente di Vittorio Alfieri, e discepolo prima e amico poi di Giuseppe Parini, il quale per lui appunto, si badi, aveva scritto L'educazione—gli traccia un magnifico programma di vita e d'arte. Una vita nuova, che avesse per meta la virtù e fosse per ciò stesso una dura milizia «contra i perversi affratellati e molti»:
Tu, cui non piacque su la via più trita
La folla urtar che dietro al piacer corre
E a l'onor vano e al lucro; e de le sale
Al gracchiar voto e del censito volgo
Al petulante cinguettio, d'amici
Ceto preponi intemerati e pochi,
E la pacata compagnia di quelli
Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma:
Segui tua strada; e dal viril proposto
Non ti partir, se sai.
E un'arte nuova, che sia la sincera e schietta espressione di quella nuova vita: