«Scappano, eh? il signor curato e la compagnia,» disse il sarto.

«Sicuro,» risposero a una voce il padrone e la serva.

«Li compatisco.»

«Siamo incamminati,» disse don Abbondio; «al castello di ***.»

«L'hanno pensata bene: sicuri come in chiesa.»

«E qui, non hanno paura?» disse don Abbondio.

«Dirò, signor curato: propriamente in ospitazione, come lei sa che si dice, a parlar bene, qui non dovrebbero venire coloro: siam troppo fuori della loro strada, grazie al cielo. Al più al più, qualche scappata, che Dio non voglia: ma in ogni caso c'è tempo; s'hanno a sentir prima altre notizie da' poveri paesi dove anderanno a fermarsi.»

Si concluse di star lì un poco a prender fiato; e, siccome era l'ora del desinare, «signori,» disse il sarto: «devono onorare la mia povera tavola: alla buona: ci sarà un piatto di buon viso.»

Perpetua disse d'aver con sè qualcosa da rompere il digiuno. Dopo un po' di cerimonie da una parte e dall'altra, si venne a patti d'accozzar, come si dice, il pentolino, e di desinare in compagnia.

I ragazzi s'eran messi con gran festa intorno ad Agnese loro amica vecchia. Presto, presto; il sarto ordinò a una bambina (quella che aveva portato quel boccone a Maria vedova: chi sa se ve ne rammentate più!), che andasse a diricciar quattro castagne primaticce ch'eran riposte in un cantuccio: e le mettesse a arrostire.