«E tu,» disse a un ragazzo, «va nell'orto, a dare una scossa al pesco, da farne cader quattro, e portale qui: tutte, ve'. E tu,» disse a un altro, «va sul fico, a coglierne quattro de' più maturi. Già lo conoscete anche troppo quel mestiere.» Lui andò a spillare una sua botticina; la donna a prendere un po' di biancheria da tavola. Perpetua cavò fuori le provvisioni; s'apparecchiò: un tovagliolo e un piatto di maiolica al posto d'onore, per don Abbondio, con una posata che Perpetua aveva nella gerla. Si misero a tavola, e desinarono, se non con grand'allegria, almeno con molta più che nessuno de' commensali si fosse aspettato d'averne in quella giornata.

«Cosa ne dice, signor curato, d'uno scombussolamento di questa sorte?» disse il sarto: «mi par di leggere la storia de' mori in Francia.»

«Cosa devo dire? Mi doveva cascare addosso anche questa!»

«Però, hanno scelto un buon ricovero,» riprese quello: «chi diavolo ha a andar lassù per forza? E troveranno compagnia: chè già s'è sentito che ci sia rifugiata molta gente, e che ce n'arrivi tuttora.»

«Voglio sperare,» disse don Abbondio, «che saremo ben accolti. Lo conosco quel bravo signore; e quando ho avuto un'altra volta l'onore di trovarmi con lui, fu così compito!»

«E a me,» disse Agnese, «m'ha fatto dire dal signor monsignor illustrissimo, che, quando avessi bisogno di qualcosa, bastava che andassi da lui.»

«Gran bella conversione!» riprese don Abbondio; «e si mantiene, n'è vero? si mantiene.»

Il sarto si mise a parlare alla distesa della santa vita dell'innominato, e come, dall'essere il flagello de' contorni, n'era divenuto l'esempio e il benefattore.

«E quella gente che teneva con sè?... tutta quella servitù?...» riprese don Abbondio, il quale n'aveva più d'una volta sentito dir qualcosa, ma non era mai quieto abbastanza.