Ma a quindici anni, quando non si è ancora abbastanza esperti «del mondo e degli vizii umani e del valore» e si pretende invece d'insegnare agli altri, non si peritava, nelle note al poemetto in terzine Il trionfo della Libertà, di chiamarlo «il più gran poeta dei nostri tempi». È vero che più tardi s'affrettò a correggere: «un gran poeta dei nostri tempi»; ma non corresse, in quelle note medesime, l'altra espressione: «il grande emulatore» di Dante. E non lo avrebbe, anche volendo, potuto; giacchè nel testo del poemetto stesso aveva affermato che non solo l'emulo raggiungeva l'atleta, ma talora l'avanzava! Si capisce che fin d'allora la mente del Manzoni—che, in fatto di giudizi letterarii, ebbe sempre i suoi capricci—veniva cedendo alle seduzioni di quel bizzarro ravvicinamento del poeta cuor di leone col rimatore cuor di coniglio, che lo trascinò poi a quell'infelice e ingiustificabile epigramma che tutti ricordano, di parecchi anni dopo[5].

Quel poemetto—che ha bensì titolo e metro, e qua e là, immaginazioni petrarchesche, ma si chiarisce subito esemplato sulla Basvilliana e sulla Mascheroniana, ricordate pur nelle note—si chiude anzi con un inno baldo e generoso al cigno di Ferrara.

O Pïeride Dea,.................

Tu l'ali impenni al Ferrarese ingegno,
Tu co' tuoi divi carmi il vizio fiedi,
E volgi l'alme a glorïoso segno.

Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi
Fai de' tuoi carmi, e trapassando pungi
La vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi.

Tu il gran cantor di Beätrice aggiungi,
E l'avanzi talor
; d'invidia piene
Ti rimiran le felle alme da lungi,

Che non bagnar le labbia in Ippocrene,
Ma le tuffar ne le Stinfalie fogne,
Onde tal puzzo da' lor carmi viene.

Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne
De l'arte sacra! Augei palustri e bassi;
Cigni non già, ma corvi da carogne.

Ma tu l'invida turba addietro lassi,
E le robuste penne ergendo come
Aquila altera, li compiangi e passi.