Invano atro velen sopra il tuo nome
Sparge l'Invidia, al proprio danno industre,
Da le inquiete sibilanti chiome.
Ed io puranco, ed io Vate trilustre,
Io ti seguo da lungo, e il tuo gran lume
A me fo scorta no l'arringo illustre.
E te veggendo su l'erto cacume
Ascender di Parnaso, alma spedita,
Già sento al volo mio crescer le piume.
Meno enfatici, di fattura più schiettamente neoclassica, sono gli altri versi che tre anni dopo, il 15 settembre 1803, il poeta diciottenne dirigeva al tanto ammirato «canoro spirto». Parla l'Adda, «diva di fonte umil», e invita l'illustre «nato a le grandi de l'Eridano sponde» a venire per qualche giorno agli «ameni cheti recessi» e alle «tacite ombre» della villa del Galeotto. Essa non può vantare «pompa d'infinito flutto o di abitati pin»;
Ma verdi colli e biancheggianti ville
E lieti colti in mio cammin vagheggio,
E tenaci boscaglie a cui commisi,
Contro i villani d'Aquilone insulti,
Servar la pace del mio picciol regno,
E con Febo alternar l'ombre salubri.
È mite e amabile, l'Adda; e non si diletta di «rapir l'ostello e i lavorati campi» agl'industri villani,
nè udir le preci
Inesaudite e gl'imprecanti voti
De le madri che seguono da lungo
Con l'umid'occhio o con le strida il caro
Fan destinato a la lame de' figli,
E la sacra dimora e il dolce letto.
Sol talor godo con l'innocua mano
Piegar l'erbe cedenti, e da le rive
Sveller fioretti per ornarmi il seno
E le trecce stillanti.
Umile sì; pure, «con l'irta alga natía» le splende in fronte il lauro.
................Salve,
Vocal colle Eupilino: a te mai sempre
Rida Bacco vermiglio o Cerer bionda;
Salve, onor di mia riva! A te sovente
Scendean Febo e le Muse eliconìadi,
Scordato il rezzo de l'Ascrea fontana.
Quivi sovente il buon cantor vid'io
Venir trattando con la man secura
Il plettro di Venosa e il suo flagello;
O, traendo l'inerte fianco a stento,
Invocar la salute e la ritrosa
Erato bella; che di lui temea
L'irato ciglio e il satiresco ghigno,
Ma alfin seguìalo e su le tempie antiche
Fea di sua mano rinverdire il mirto.
Qui spesso udíilo rammentar piangendo,
Come si fa di cosa amata e tolta,
Il dolce tempo de la prima etade,
O de' potenti maledir l'orgoglio,
Come il genio natio movèalo al canto
E l'indomata gioventù de l'alma.
Or tace il plettro arguto; e ne' miei boschi
È silenzio ed orror!