Da un pezzo Silvio rimuginava soggetti tragediabili, per così dire, a doppio fondo. Aveva pensato a un Turno; e l’abbozzo porta la data del 16 aprile 1814. Vi si parla a tutto andare di patria e di stranieri; e dalla regina dei Latini si fa proclamare:

Italo spirto

Non ha chi mira, e nel suo cor non freme,

Da stranieri calcata e vilipesa

Degli avi suoi la veneranda polve;

E non afferra l’asta, e non rintuzza

I vilissimi scherni entro lor fauci.

Morte a’ Troiani!

Poi, sempre meglio convinto che la poesia drammatica «debba servire a celebrare gli eroi della patria», aveva ideato un Dante, «tragedia di genere nuovo». Poi, sospinto forse dal desiderio d’emulare il Tiberio di Giuseppe Chénier, immaginò un Nerone: poi, forse per emulare il Saul, un Davide, tragedia, quest’ultima, «non politica e recitabile»; poi, a mezza strada, s’era lasciato sedurre da «un argomento trovato nel Sismondi, tutto italiano». Ne buttò giù alla lesta due atti; ma il 18 luglio del 1815 annunzia d’averlo piantato lì, perchè «questo nuovo argomento era politico, e di più, un maligno lo ha creduto allusivo all’impresa del Re di Napoli». Per la quale e pel quale, egli, stordito dai paroloni e ammirato degli atteggiamenti ribelli dell’amico Foscolo, non sentiva se non disdegno e dispetto. Il 25 aprile, aveva scritto al fratello:

«Io ti diceva che Foscolo era sparito da Milano per non dare il giuramento, ed alcuni aggiungono perchè credeva che sarebbe arrestato. È andato in Svizzera. Ha fatto bene di non andare da Murat, in cui ha sempre avuto poca fiducia, e con ragione, a quanto pare. Il fiasco che ha fatto questo Re ha calmato la testa dei Milanesi. Ora si vede che Murat senza l’aiuto dei Francesi non può far nulla, e pare che questi ultimi faranno la guerra difensiva nel loro paese, invece di attaccare. Che guerra terribile sarà questa!».