E il 5 maggio, sospettando che una lettera del fratello fosse stata intercettata, soggiungeva:
«Vi può infatti essere stato un momento di rigore, quando i Napoletani ci minacciavano. Ora essi hanno provato che a loro non è destinato il mutar forma all’Italia, e che l’Italia tutta non è suscettibile di fanatismo nazionale. Se l’Italia può essere considerata come una nazione, non può aver altro legame che il federativo».
Dannose ubbie, in ispecie se predicate da un animo profondamente ingenuo e ardente d’amor patrio. Ma il buon Pellico aveva, in politica, «la veduta corta d’una spanna»; e fu un bene che, per un pezzo, frenasse la mania di scriver tragedie tribunizie. Ma il fortunato successo della Francesca lo trasse dal suo riserbo. Nuovi soggetti gli s’affollarono alla mente: una Beatrice d’Este, una Pia dei Tolomei, e da ultimo una Contessa Matilde. Questo soggetto lo affascina e l’entusiasma. Ricerca «quei brutti noiosi del Villani, del Varchi e del Guicciardini», rilegge il diletto Sismondi, e si mostra molto lieto d’essersi «fatto un bel caratterone» di quel nuovo Costantino in gonnella».[91] Scrive nel settembre del 1816:
«La mia Matilde è sempre più grande ai miei occhi». E, dopo di aver accennato alla leggendaria narrazione delle origini di lei, fatta dal Villani, ripiglia con ingenua compiacenza di romanziere e di romantico: «Da questa unione romanzesca, ma storica,... nacque, com’era ben naturale, una creatura tutta amore, tutta fantasia e tutta spirito cavalleresco. Questa è Matilde.... Quell’anima ardentissima era troppo elevata al di sopra del suo secolo per contentarsi d’avere un nome fra i piccoli regnanti d’Italia, o per porre il suo cuore in uno di loro. Dio e la gloria divennero la sua passione. Nella mano destra una spada e nella sinistra una croce, inebbriò d’entusiasmo e d’amore tutta la valorosa gioventù italiana, e proclamò come voluta dal cielo l’indipendenza dei popoli italiani, i quali allora venivano assaliti da Arrigo IV, re di Germania». Papa Ildebrando aveva proclamato: «Dio non ha posta nessuna nazione sotto il giogo d’un’altra, bensì tutte devono piegare la fronte dinanzi al trono di Cristo, ch’è in Roma». Onde Matilde, «fatta primo campione d’un Pontefice perseguitato e nello stesso tempo d’una nazione oppressa, è un carattere singolarmente luminoso... Dio e l’Italia erano la passione eroica di Matilde; ma un’eroina è anche donna, e la donna ha un cuore proclivo alla pietà e all’amore. Intrepida in mezzo ai pericoli della morte, ella pur tremava nascostamente al cospetto del suo giovine prigioniero [il principe Corrado, figlio dell’imperatore Arrigo!].... Immutabile ne’ suoi proponimenti, ella ha giurato la perdita de’ Tedeschi e la liberazione dell’Italia».... Le vicende della guerra son tali, che l’imperatore giunge a dichiararle: «Io son pronto a rinunziare al miei diritti all’Impero di Roma; purchè questo titolo sia d’ora innanzi abolito; dell’Italia si faccia un regno; si distruggano i tanti disprezzevoli scettri che la governano; e Corrado sia teco incoronato Re indipendente di tutta la penisola».
È agevole comprendere come non fosse possibile che uno spirito quale il Manzoni si lasciasse trascinare a simili anacronismi e delirii romantici. Se la causa d’Italia era santa, non doveva esser permesso di tradire la storia per giovarle! Silvio mostra un debole proprio per quelle utopie che più infastidivano Alessandro. All’uno par bella l’idea della confederazione italiana; all’altro parve sempre brutta, anche quando vide farsene apostolo il suo Rosmini. All’uno sorrise quell’ibrido ideale neoguelfo, ch’ebbe poi un così eloquente patrocinatore nel Gioberti; all’altro ripugnò sempre che fosse «giunta la spada col pastorale». L’uno ragionava così: Matilde «era una calda difenditrice della Chiesa, il che io posso interpretare difenditrice dell’Italia»; l’altro: «Non so se il Rosmini sia della mia opinione, ma avrebbero, pare a me, fatto assai bene i Papi a rimanere in Avignone: l’Italia deve loro la condizione in cui è»[92].
È vero che qualche critico partigiano non si peritò di dire che nell’Adelchi il poeta imprecasse contro la «rea progenie» dei Longobardi in grazia di Carlomagno e de’ Franchi, paladini della Chiesa e delle sue ambizioni temporalesche. Ma basta legger quella tragedia, per accorgersi che, caso mai, il poeta è stato parziale per quello dei due popoli, a cui appartennero Ermengarda, Adelchi e il prode e leale Anfrido[93]. Di Carlomagno invece, a dispetto della tradizione chiesastica cui anche Dante s’inchinò e della poetica che assomma nell’Ariosto, egli ha fatto il tipo d’un fortunato ipocrita. Il Fauriel ne ritrae così il carattere:
«Il est religieux, mais non autant qu’il faudrait, ni surtout comme il faudrait l’être pour avoir quelques scrupules sur la justice ou la sainteté des moyens de satisfaire son ambition; les coups de sa bonne fortune sont, a ses yeux, les marques les plus certaines de la faveur du ciel. Magnanime toutes les fois qu’il peut l’être sans compromettre son pouvoir, généreux quand il n’y a pas d’imprudence à la générosité, il est toujours également prêt à encourager par des récompenses ou des promesses la bassesse qui se vend à ce prix, et à flatter l’orgueil désintéressé de la loyauté et de la bravoure».
Comparisce sulla scena, dopo che v’è passata la gentile vittima della sua brutale lussuria e della sua ambizione. Egli è sgomento della resistenza del «fiero Adelchi», di codesto prode il cui nome i suoi non proferiscon che con terrore: «ardito Come un leon presso la tana, ei piomba, Percote, e fugge»; una vera «scola di terror» per i Franchi. Carlo è deciso a tornare indietro, a più facili imprese. Il legato papale adopera tutta la sua arte oratoria, tutte le blandizie, perchè l’invitto non rimetta nella guaina il brando che il Signore aveva suscitato in pro del Pastor santo. Ma le belle parole non sarebbero valse a nulla, se non fosse arrivato in buon punto il diacono Martino. Solo allora, l’«eletto a strugger gli empi» riprende coraggio, riparla con ostentata affezione del «santo avel di Piero» e del «desiato amplesso del gran padre Adrian», e ai due prelati intima: