[1077] «J’amasse des idées et des observations pour un long discours qui doit accompagner ma tragédie» (Il Carmagnola). Lettera al Fauriel, 13 luglio 1816.
La più parte dei giudizj storti in letteratura, come nel resto, viene da principj di cui si è convinti perchè sono retti, e che si vogliono applicare a cose cui non convengono. Così è nel fatto della poesia drammatica. Si ha l’idea di una tragedia, nella quale l’interesse nasca dalla incertezza di un evento importante, dalla probabilità e difficoltà quasi eguale dello scioglimento in un modo o nell’altro, dai contrasti di passioni tra persone legate per vincoli di sangue o di amicizia, ecc. ecc. E questa idea è non solo chiara in teoria, ma confermata in pratica da molte tragedie, nelle quali questo genere d’interesse è portato ad un alto grado: quali sono le migliori del teatro francese, e degli altri teatri di scuola francese. Ma partendo da questa idea, le si paragonano tutte le tragedie; e quelle in cui non si trovano queste condizioni, si rigettano per questa sola ragione. E qui mi pare che si abbia il torto, finchè non si provi che non è possibile alcun altro genere d’interesse, e che la drammatica non può avere altri fini, nè procedere per altri mezzi.
Tre cose si devono esaminare nel giudizio di un’opera letteraria:
Qual è l’intento dell’autore?
Questo intento è ragionevole?
L’autore l’ha egli ottenuto?
Sulle due prime questioni io ragionerò alquanto, esponendo le idee nell’ordine in cui mi si presentano. So che teorie applicabili ad un lavoro già fatto, ed esposte dall’autore di esso, sogliono per lo più riuscire seccanti. Io non dirò al lettore che queste possano essere d’un interesse generale, e tocchino punti importantissimi dell’arte drammatica. Non chieggo nemmeno scusa al lettore di presentargliele, pel riflesso che egli può chiudere il libro al momento in cui si sente annojato.