Gli scrittori in fatto di queste scienze si dividono in due classi assai distinte. L’una, e la più scarsa, è di coloro che cercano in esse la verità, e raggiunta che l’hanno, essa o la sua immagine, la espongono quale essa appare all’intelletto loro, non badando allo stupore, alle contradizioni, che è per far levare; e che, nè per questo nè per altri riguardi, non si compongono in nulla con quello che essi stimano errore. L’altra è di quelli che scelgono, tra le verità non divulgate, quelle che nel corso dell’intelletto umano sono più vicine alle ultime ricevute, e che quindi troveranno manco ostacoli; quelle che ne troveranno nel minor numero o nel manco autorevole; e le mischiano pure con qualche opinione che essi tengono falsa, ma che, essendo assioma presso i moltissimi, può dar di loro opinione che sieno uomini savj: e queste opinioni ch’essi tengono false, sono quelle che metton fuori con maggiore asseveranza. Questi fanno più pronti effetti, ed ottengono una gloria più precoce; quella degli altri è più tarda, ma d’assai maggiore......

[1078] Il Conte di Carmagnola, nella cui Prefazione le idee che seguono sono assai brevemente accennate. [Bonghi].

[1079] S’intende nel racconto. Le parole fuorchè.... rappresentati sono state aggiunte tra le linee dal Manzoni, dopo scritte quelle che precedono e quelle che seguono. [Bonghi].

[1080] Le parole Quegli.... universale sono state scritte dal Manzoni in un diverso momento dalle precedenti: Cangiamento.... componimento, come appare dal carattere. [Bonghi].

[1081] Qui il Bonghi rimandava all’uscita di Renzo, già brillo, nel cap. XIV dei Promessi Sposi: «To’, è un poeta costui. Ce n’è anche qui de’ poeti: già ne nasce per tutto. N’ho una vena anch’io, e qualche volta ne dico delle curiose....»; e all’umoristico commento che vi ricama sù il romanziere: «Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna sapere che presso il volgo di Milano, e del contado ancora più poeta non significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un abitator di Pindo, un allievo delle Muse; vuol dire un cervello bizzarro e un po’ balzano, che, ne’ discorsi e ne’ fatti, abbia più dell’arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir loro le cose più lontane dal loro legittimo significato! Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano?».—Sennonchè i due luoghi hanno un’ispirazione diversa, e quasi opposta; e meglio forse si potrebbe confrontare questo col passo della Colonna Infame, dove si biasima il Frammento del Parini.—Sch.

III.

Se io fossi giunto a provare, com’era mio desiderio, che la regola delle due unità è arbitraria e falsa, e che può quindi essere trascurata, verrei ad avere in un tratto dimostrato ch’ella è nocevole all’arte e che dev’essere trascurata. Poiché ogni legge che non risulti dalla natura stessa dell’arte, che non sia richiesta dalla costituzione del soggetto, altererà necessariamente l’organizzazione del soggetto medesimo. Ma non sarà fuor di proposito il cercare, negli esempj dell’uno e dell’altro genere di comporre, qualche prova di quest’assunto. Si osservi in che diverso modo procedano due scrittori di opposto sistema.

L’uno, scoprendo in un racconto storico di varj avvenimenti un centro principale d’interesse, sente che questi avvenimenti possono formare soggetto di azione drammatica. L’effetto che essa può fare, lo argomenta dall’effetto prodotto in lui dalla contemplazione di quei fatti. Esamina il concetto che gliene è rimasto, e procura di copiarlo, per dir così; e per ciò fare, egli sceglie appunto quelle parti principali che vede averlo formato in lui. Egli imita lo storico nella scelta dei fatti, se lo storico ha colto egli stesso il punto di unità; e al pari di questo, egli tralascia gli eventi estranei all’azione benché uniti di luogo e tempo, e raccoglie in un fascio i lontani, quando sieno congiunti al nodo dell’azione. Perchè il poeta cederebbe il più bel pregio dell’arte sua, se consentisse di porre in un’azione meno cause o meno effetti di uno storico, quando queste non nuocano[1082], ma conducano invece all’unità. Egli vede, per esempio, le cagioni per cui la guerra sostenuta da Bruto, dopo la morte di Cesare, fu inutile al suo scopo. Vede in Plutarco come questi due fatti, benchè disgiunti di tempo e di luogo, si avvicinano all’intelletto che li contempla, e giudica che se nel racconto di Plutarco egli ha sentito questa relazione, potrà farla sentire, e assai più fortemente, in un’opera dove quegli che v’ebbero parte s’introducano a parlare. Appunto come Plutarco ha scritto le Vite di uomini illustri, raccontando di ciascuno di essi quelle cose che tendono a mostrare in lui un carattere, uno scopo ecc., così il poeta drammatico potrà alle volte rappresentare l’intera vita di un uomo, facendo la stessa scelta.

Legge Shakespeare la novella nona della giornata seconda del Decamerone. Alquanti mercatanti italiani, trovandosi in Parigi, parlano delle donne loro: Bernabò Lomellin da Genova esalta la castità della sua, Ambrogiuolo da Piacenza se ne ride, e si vanta di potere, quando il voglia, vincere la virtù di essa; propone una scommessa. Bernabò accetta la disfida. Ambrogiuolo parte per Genova, tenta invano la virtuosa donna; per non essere svergognato, trova modo di dare a Bernabò un segno falso, che persuade a lui d’essere tradito. Egli, credulo e disperato, ordina che si uccida la moglie. Essa è salvata dalla pietà del sicario, fugge, e dopo varj accidenti si trova in luogo dove scopre al marito l’innocenza sua, e confonde lo scellerato vantatore. Shakespeare, dico, leggendo questa novella, sente ciò che di vero, di grande, di commovente, di terribile, si può supporre che personaggi dotati di tale animo, e posti in queste circostanze, ponno aver detto; lo sente, e col sovrumano suo ingegno lo descrive in una tragedia.[1083] Ma egli si guarda bene dall’alterare le parti essenziali di questo fatto, perchè da queste appunto nasce la verisimiglianza e la forza della sua azione. Perchè questa si spieghi, è necessario che si rappresenti la parte accaduta in un luogo e quella accaduta in un altro. Egli ritiene adunque Parigi e Genova (o Roma e Londra), come condizioni indispensabili al suo soggetto.

Se il lettore è stanco di questi esempj, salti alcuni fogli, perchè io stimo di doverne, colla maggior brevità possibile, proporre un altro pure di Shakespeare, cavato dalla storia d’Inghilterra; ed è quello su cui è ordito il Riccardo Secondo. Questa tragedia[1084] riunisce gli avvenimenti dei due ultimi anni della vita di quel re, e al pari di quasi tutte le altre di quel sommo poeta, segue assai fedelmente la storia. Le bellezze maravigliose che vi splendono per ogni parte, si devono certo al genio maraviglioso di Shakespeare; ma io stimo si possa affermare che il suo sistema drammatico era una condizione essenziale perchè queste bellezze vi potessero stare. Perchè i discorsi fossero sì veri e sì profondi, perchè i caratteri fossero sì scolpiti e sì interessanti, e sì continuati, era necessario che i personaggi fossero posti in quelle circostanze disegnate di tempo, e in quei luoghi diversi in cui la storia ce li ha rappresentati.