[1085] Ho tra mani l’edizione di cui si serviva il Manzoni: Dramaturgie ou observations critiques sur plusieurs pièces de théâtre tant anciennes que modernes; ouvrage intéressant, traduit de l’allemand de feu M. Lessing par un François, revu corrigé et publié par M. Junker, premier professeur de droit public à l’Ecole royale militaire et censeur royal. A Paris, 1785; in due parti.—Sch.

VI.[1086]

«Entrambi hanno fatto il loro dovere». Questo si è detto molte volte, e si dice tuttavia in molti casi, nei quali si suppongono a due persone doveri contrarj su uno stesso oggetto. Supposizione assurda. Si osservino tutti questi casi, e si vedrà che i due doveri supposti sono fondati su opinioni speciali e temporanee, su istituzioni ecc., e che si dimentica sempre il fine che si deve cercare nella determinazione da prendersi dalle due persone. Ora, il fine giusto non può essere che uno. Esempio: la scena, per tanti rapporti bellissima, del Tiberio di Chénier, nella quale Cneo implora Agrippina perchè desista dall’accusare Pisone padre di Cneo. Agrippina risponde che il dovere suo è di accusarlo e di perderlo, e il dovere di Cneo di far tutto per salvarlo. Questo sentimento è falso, perchè due tendenze opposte non ponno essere egualmente buone e giuste. Ora, donde viene il falso in questo caso? Dall’essersi il poeta applicato puramente ai rapporti personali delle due parti, alla sorte di Pisone e alla vendetta di Germanico, e dall’aver dimenticato la verità e la giustizia, e il fine per cui sono istituite le accuse, le difese, i tribunali e i giudici: il qual fine è tutt’altro che di dare occasione ai parenti d’un morto di vendicarlo, e di mostrarsi sensibili alla sua perdita, e di dare occasione ad un figlio di salvare suo padre.

Dalla stessa assurda confusione nasce il sentimento, posto sovente in bocca ai personaggi tragici virtuosi: cioè il desiderio di non riuscire in un’impresa alla quale dirigono i loro sforzi.—Contradittorio e falso: sinonimi.

[1086] Questo frammento si trova scritto nella prima pagina d’un mezzo foglio, nella cui seconda è trascritto il seguente passo di Montesquieu, quantunque fra i due non vi sia relazione: «La lecture des ouvrages distingués, écrits dans des époques plus ou moins éloignées de la nôtre, doit souvent faire réfléchir bien tristement sur les bornes et l’incertitude des connaissances humaines. On voit dans un livre le cachet d’un esprit supérieur, on y trouve des idées tres-avancées pour le temps dans lequel elles furent découvertes, et on n’en reconnaît pas moins que ces idées sont legères, superficielles, fausses. On dit: c’était admirable pour le temps. Quoi! il est donc des erreurs inévitables, et qu’il faut traverser pour arriver à la vérité? Et que deviendra un jour cette masse de lumières que nous croyons être le domaine de l’époque actuelle, et dont nous nous glorifions? Peut-être un sujet de pitié pour les générations futures. On pourrait peut-être tirer de ces réflexions un résultat utile, en observant quel est le caractère de ces idées excellentes pour un temps, et qu’on est forcé de rejeter dans un autre: on y trouverait, je crois, quelque chose de local, de spécial; on verrait dans l’esprit de ceux qui les ont mises en avant un défaut de logique et de courage dans l’application rigoureuse et suivie des grands principes qu’ils avaient eux-mêmes reconnus; on y verrait un sacrifice à des opinions dominantes, à des institutions puissantes; une frayeur de paradoxes, frayeur déraisonnable, et qui ne produit rien de bon, et n’empêche rien, puisque ces conséquences qui paraissent hardies seront tirées un jour infailliblement si elles découlent logiquement des principes». V. L’Esprit des Lois, et son commentaire moderne. [Nota del Bonghi].

VII.

L’inquietudine, connaturale all’uomo finch’egli rimane su questa terra dove non può giungere al suo ultimo fine, fa sì ch’egli sia sempre scontento del proprio stato, e supponga che maggior riposo si trovi nelle altre condizioni[1087]. Quindi quella opinione, comune agli uomini che vivono nell’agitazione degli affari e nelle pompe mondane, che nelle condizioni che si chiamano inferiori si trovi maggior contentezza d’animo. Il fatto è però che anche in esse domina la medesima inquietudine. Mi sembra dunque che i poeti rappresentino al vero la natura, quando dipingono i potenti mossi da una certa invidia degli uomini privati e oscuri, in quelle circostanze però in cui sentono più vivamente il dolore e il vuoto dello splendore mondano. Ma quando il Tasso rappresenta il famoso pastore che accoglie Erminia, pago della sua sorte, cade, mi sembra, in un errore volgare, immaginando l’animo del pastore non quale doveva essere, ma quale doveva sembrare ad Erminia. Ogni finzione che mostri l’uomo in riposo morale, è dissimile dal vero. Essa tende a confermarci nel costume che abbiamo, pur troppo, di dedurre una falsa conseguenza da un fatto pur troppo reale; cioè dal non esser noi sodisfatti che altri, in circostanze diverse dalle nostre, possano esserlo.—Vedi, per confronto, la famosa scena di Agamennone col vecchio nella Ifigenia in Aulide di Euripide.—Ag: Beatum te judico, o senex: Beatum judico virorum quicumque non periculosam Vitam transegit ignotus, inglorius: Eos vero qui in honore versantur, minus beatos judico.—Senex: Atqui decus est ibi vitae».

Poetica è quindi assai la rappresentazione delle rimembranze meste del passato che ci sembra essere stato più felice per noi, e delle speranze dell’avvenire; ma deve il poeta far sentire la vanità di questi sentimenti. A chi dicesse che la poesia è fondata sull’immaginazione e sul sentimento, e che la riflessione la raffredda, si può rispondere che più si va addentro a scoprire il vero nel cuore dell’uomo, più si trova poesia vera. Non è però che non si possa godere una certa tranquillità in questo mondo, ma essa viene da principj soprannaturali, ed è falso che sia tolta dalla natura stessa delle cose e dei desiderj nostri.

Se gli uomini seguissero i precetti del Vangelo, godrebbero fra loro tutta quella pace che si può avere a questo mondo. Le gare vengono dal volere ognuno possedere quelle cose che il mondo chiama beni: il Vangelo insegna a sprezzarli. Ognuno se ne ritirerebbe, e aspirerebbe a quei beni per cui non ci può esser gara litigiosa, essendo essi infiniti, e potendo ognuno acquistarli, non solo senza privarne gli altri, ma cooperando a farli acquistare agli altri. Mirabile sapienza del Vangelo! e mirabile corruttela dell’uomo!