Che, il passato esplorando e l’avvenire,
Cieli e abissi cercava, e popolato
D’anime, in mezzo a tutte l’acque, un monte;
Poi, tornando, spargea folgori e lieti
Raggi e speme e terrore e pentimento
Ne’ mortali; e verissime sciagure
All’Italia cantava.
In verità, codesta figurazione di Dante, che, a guisa d’un Genio disdegnoso (o d’un’Aquila sdegnosa, com’è nel rimaneggiamento dell’Orlandini), appollaiato sopra un mirto, starnazza le ali sotto gli occhi della sua donna «beata e bella» che guarda dall’alto; e intanto, cerca cieli e abissi e monti sorgenti dalle acque, e sparge folgori e raggi e speme e terrore e pentimento, e canta sciagure quasi un novello Calcante: non è nè perspicua nè cospicua. Come del resto non è ben chiara la poetica perifrasi indicante Milano; che nemmeno essa manca. La compagna della sonatrice d’arpa «viene ultima al rito, a tesser danze all’ara»: dicono fosse al secolo la signora milanese, molto bella, Maddalena Marliani Bignami.
Pur la città, cui Pale empie di paschi
Con l’urne industri tanta valle, e pingui,