Non è chi non veda come qui sia chiaramente vaticinata la distruzione della Bastiglia,... ch’era già avvenuta[115]: e l’avevano, con ingenuo entusiasmo, di cui più tardi ebbero a pentirsi o ad arrossire, celebrata Andrea Chénier e il suo amico Vittorio Alfieri[116]. Codesti versi rappresentano appunto la coccarda patriottica, che il più giovane ma non meno audace fratello di Andrea aveva attaccata, nei primi giorni della libertà, in fronte alla vecchia Melpomene. «Non pas en composant la tragédie de Charles IX, qui était faite depuis long-temps», dichiara egli stesso in una nota, «mais en ajoutant au rôle du Chancelier de l’Hôpital seize vers où il prédit la révolution».
Ora, anche il Manzoni aveva molta stima pel teatro nazionale dello Chénier; benchè non mancasse di fare le sue solite acute riserve circa una pretesa moralità, peculiare alle opere tragiche. Osservava a proposito della frase, sovente ripetuta, «Entrambi hanno fatto il loro dovere», che essa muove dall’assurda supposizione che, in molti casi, a due persone possano incombere doveri contrarii su uno stesso soggetto.
«Si osservino tutti questi casi, e si vedrà che i due doveri supposti sono fondati su opinioni speciali e temporanee, su istituzioni ecc., e che si dimentica sempre il fine che si deve cercare nella determinazione da prendersi dalle due persone. Ora, il fine giusto non può essere che uno. Esempio: la scena, per tanti rapporti bellissima, del Tiberio di Chénier, nella quale Cneo implora Agrippina perchè desista dall’accusare Pisone padre di Cneo. Agrippina risponde che il dovere suo è di accusarlo e di perderlo, e il dovere di Cneo di far tutto per salvarlo. Questo sentimento è falso, perchè due tendenze opposte non ponno essere egualmente buone o giuste. Ora, donde viene il falso in questo caso? Dall’essersi il poeta applicato puramente ai rapporti personali delle due parti, alla sorte di Pisone e alla vendetta di Germanico, e dall’aver dimenticato la verità e la giustizia, e il fine per cui sono istituite le accuse, le difese, i tribunali e i giudici: il qual fine è tutt’altro che di dare occasione ai parenti d’un morto di vendicarlo, e di mostrarsi sensibili alla sua perdita, e di dare occasione ad un figlio di salvare suo padre».[117]
S’intende, siffatte osservazioni e obiezioni particolari non menomavano, nel concetto del Manzoni, il merito singolare dello Chénier; ch’era d’aver cercato i soggetti delle sue tragedie nella storia nazionale del suo paese, e d’aver affidata al teatro una missione politica. Risonava ancora nel mondo latino l’esclamazione sospirosa (unica ciambella gustosa dell’infornata poetica d’un Clément avversario di Voltaire!):
Qui nous délivrera des Grecs et de Romains?
che pare il grido di sommossa provocatore del romanticismo, a cui un Berchoux, detto le gastronomique, aveva accodato:
Race d’Agamennon, qui ne finis jamais!...
E un Du Belloy, mezzo fallito imitatore del Metastasio, aveva avuto fortuna con drammi sgangherati, quali Le siége de Calais (1765), Gaston et Bayard (1771), Gabrielle de Vergy (1777)[118]; ma Pierre le Cruel aveva finito col togliergli credito, così per l’atrocità macabra e nauseante dell’azione, come perchè la povera storia vi era più che mai bistrattata e vilipesa. Tuttavia l’incanto mitologico o semileggendario era rotto; e il pubblico francese aveva chiaramente dimostrato la sua propensione per i soggetti nazionali. Giuseppe Chénier trasse profitto da queste buone disposizioni. I tempi eran mutati, ed ora era permesso ciò che non sarebbe stato nè a Corneille nè a Voltaire. «Les malheurs de la France», scrive lo Chénier nel Discours préliminaire al Charles IX, del 22 agosto 1788, «occasionnés presque toujours par la faiblesse des rois, par le dispotisme des ministres et l’esprit fanatique du clergé, auraient nécessairement rempli de véritables pièces nationales. Le gouvernement n’était point assez raisonnable pour les permettre, et les Français n’étaient pas encore capables de les sentir». E poichè «les hommes supérieurs font marcher l’esprit humain: sans eux, il resterait immobile»; lo Chénier si propose di fare o di compiere quanto Corneille e Voltaire avevano lasciato o intentato o a mezzo.
L’attingere alla storia nazionale era, in fondo, un tornare alla grande e genuina tradizione greca: i modelli rimanevano ancora Eschilo e Sofocle. «Souvent, en faisant parler les fameux personnages des tems passés, le poète insérait dans sa pièce des détails relatifs aux tems présens. L’Oedipe à Colonne, entre autres, est plein d’allusions à la guerre du Péloponèse». Da ciò i versi profetici del Charles IX, e, più tardi, dietro quell’esempio, l’uscita lirica e carbonaresca della Francesca da Rimini.