[124] La storia non ha nemmen registrato il nome della figlia del Conte! Così che lo scrupoloso poeta si sente il dovere di dichiarare, nell’annoverarla tra’ personaggi storici del dramma (p. 178): «Una loro figlia», del Carmagnola e di Antonietta Visconti, «a cui nella tragedia si è attribuito il nome di Matilde».

[125] Cfr. Chavanon et Saint-Yves, Joachim Murat; Paris, Hachette. 1905; pag. 87.

[126] Chavanon et Saint-Yves, J. Murat, p. 293.—Il povero Gioacchino supponeva che Carolina, camuffata da Metternich in una tragicomica Contessa di Lipona (Napoli), non lo avesse voluto raggiungere in Francia: anzi si fosse di suo pieno gradimento imbarcata a Napoli sulla nave inglese da guerra, la Tremendous, coi ministri Macdonald, Zurlo e Mosbourg, e si fosse lasciata condurre a Trieste, per mettersi sotto la protezione dell’Austria! La verità era ch’essa vi fu costretta!

[127] Chavanon et Saint-Yves, J. Murat, p. 300.

[128] Per ciò che nella scena del Carmagnola rimane di sapore alfieriano, cfr. il mio discorso sulla Prima Tragedia del Manzoni, 12-13.

XXIV.

Alla vecchia massima del Voltaire, che tutti i generi son buoni tranne il noioso, il Manzoni contrappose l’altra, che un genere soltanto non può avere speranza d’un duraturo successo, ed è il falso. Ei proclamò «non solo sensata ma profonda quella sentenza, che il vero solo è bello»[129]. Ed era dunque naturale ch’ei si rivolgesse, per ispirazioni, alla storia. Egli considerò che l’essenza della vera poesia non consiste punto nella materiale invenzione dei fatti o delle circostanze che li determinano. I grandi monumenti della poesia hanno tutti per base avvenimenti forniti dalla storia, o, che vale lo stesso, da ciò che un tempo è stato considerato come storia. E solo ad azioni che sono o son credute storiche, gli uomini prestano attenzione: il bambino non si commuoverà più alle fiabe, se dubiterà che quei fatti non siano accaduti.

Sennonché accordare la poesia con la storia è un arduo cimento; chè questa ha pretese che la leggenda non conosce. La leggenda è quasi un’amabile fanciulla, docile e riconoscente al poeta che la raccoglie e l’adorna, potenzialmente dotata d’ogni pregio, la quale un marito contadino può rendere una contadina eccellente e un marito gentiluomo una gentildonna modello; e per contrario la storia è la superba ereditiera, austera, sdegnosa, intrattabile, specialmente con chi più le si dimostra affezionato e devoto. Masuccio Salernitano e Luigi da Porto caveranno dalla leggenda di Romeo e Giulietta due ingenue e pur commoventi novellette; e quella stessa leggenda sarà capace di diventare il dramma di Guglielmo Shakespeare. Guai però a trattare come leggenda la storia o a lasciarsene sopraffare! Ei si risica o di cadere nel falso, o in quelle insopportabili tiritere alla maniera del Trissino e del Gravina.

L’Alfieri non s’era piegato ai capricci dell’ereditiera. Non le avea richiesto se non i nomi dei personaggi e il piccolo intreccio d’un’azione già precipitante alla catastrofe; il resto aveva cavato dal proprio cuore e dal proprio cervello. Non colorito locale, non accessorii storici o domestici; del carattere dei personaggi non colto che un lato solo, e senza gradazioni e varietà; e i personaggi stessi foggiati tutti a un modo, e isolati, come direbbe il De Sanctis, dal loro mondo: al poeta quel tanto di storia non serviva che di pretesto per metter sulla scena un’altra delle memorande passioni umane portata al parossismo. Ma tutto ciò tornava a discàpito dell’opera d’arte; poiché l’azione tragica, così distaccata e allontanata dalla storica, finiva col rendere la tragedia meno poetica della storia. Per volere più violentemente e direttamente colpire il cuore degli spettatori, il poeta negava a sè stesso il modo di spiegare sulla scena quella trama di fatti umani sulla quale il carattere dei personaggi può disegnarsi, di sviluppare le gradazioni e le varietà infinite delle passioni, e le loro anomalie e le loro singolari combinazioni, che costituiscono appunto le varietà e le singolarità dei caratteri; e si vedeva costretto a ricorrere a convenzionali esagerazioni, e creava caratteri spesso uniformi.

Il gentiluomo lombardo volle esser gentiluomo anche con la storia; e vagheggiò un dramma in cui questa e il proprio genio potessero viver d’accordo, senza troppi sacrifizi dall’una parte o dall’altra. L’azione drammatica deve consistere in una serie di avvenimenti che nascono successivamente, nello stesso o in luoghi diversi, gli uni dagli altri; e al poeta non può esser permesso di alterarne l’ordine con arbitrarie anticipazioni o raggruppamenti. Il poeta non ha facoltà d’inventare i fatti o le circostanze di essi; ma di scegliere nella storia quel gruppo di avvenimenti che gli paiono tenuti insieme da ragioni intrinseche e facilmente percepibili, che si compiono in un ragionevole periodo di tempo, e tra cui uno assorge quasi meta indicata o intravista di lontano. Questa, che i tragediografi classicheggianti scambiaron per tutta l’azione, non è se non la catastrofe. E i personaggi devono comparire o sparire secondo che lo svolgimento dei fatti richieda, non già, come il capriccio dei critici pretendeva, tutti mostrarsi al primo atto, e accompagnar l’azione fino al quinto. Tuttavia, non è da pensare che il còmpito del poeta sia suppergiù quello dello storico; poichè se questi non tien conto se non di ciò solo che gli uomini hanno operato, il poeta deve scendere nell’animo loro e indovinare quel che han pensato: i sentimenti che accompagnarono le loro decisioni e i loro disegni, le loro cadute e i loro trionfi; i discorsi con cui fecero o tentarono di far prevalere le loro passioni o i loro voleri, espressero la loro collera e la loro tristezza, manifestarono insomma il proprio carattere. La vera creazione del poeta drammatico consiste appunto in codesto scovare e rinvenire in una serie di fatti storici quel che ne costituisce un’azione tragica, nel cogliere i caratteri dei personaggi, nel dare a quest’azione e a questi caratteri uno sviluppo armonico, nel completare la storia restituendole la parte perduta[130].