al suon che primo
Si sparse a l’aura, dispogliò l’antico
Squallor la terra, e rise.
Era l’ultima aetas virgiliana, il sospirato ritorno dei Saturnia regna, ovvero un’età novissima, che si rannodava a quella ch’ebbe già ad annunziare
L’Angel che venne in terra col decreto
Della molt’anni lagrimata pace?
Era un’utopia, per così dire, retrospettiva, a cui forse spingevano pur le dottrine sociali del Rousseau; o una meditata riconciliazione con la più santa utopia della fratellanza evangelica? A ogni modo, il poeta, che voleva ostentare uno spensierato neopaganesimo, ecco che rivelava, nel fondo del suo cuore, un ardore di neofita e una sete d’idealismo cristiano, che male celavan le ceneri della miscredenza volterriana. In questo Carme, così classicamente drappeggiato, il paganesimo non è che al di fuori, nella forma. La Musa ispiratrice, l’Urania del nuovo poeta, «di caduchi allori non circonda la fronte in Elicona»; e le Grazie, che ne allietano il canto, non mendicano estranei fregi da intessere al vero, o profani diletti. La Musa manzoniana è severa e pudica, e caste e immacolate le Grazie che le fanno corona.
Da lor sol vien se cosa in fra i mortali
È di gentile; e sol qua giù quel canto
Vivrà che lingua dal pensier profondo