Riposato alla foresta,
Si risente il pellegrino,
E si scote dalla testa
Una foglia inaridita,
Che dal ramo dipartita,
Lenta lenta vi ristè.
L’intonazione morale e qualche procedimento artistico permangono pariniani. Le interrogazioni onde l’Inno comincia («Or come a morte La sua preda fu ritolta? Come ha vinte...? Come è salvo...?»); le figurazioni scultorie («dall’un canto Dell’avello solitario Sta il coperchio rovesciato»; «Un estranio giovinetto Si posò sul monumento...»); il colorito realistico («Non è madre che sia schiva Della spoglia più festiva I suoi bamboli vestir»); i precetti morali e sociali, inculcati con bonaria autorità («Sia frugal del ricco il pasto....»): fanno pensare agli ammirati modelli dell’austero predecessore. Ma qui la morale, che vorrei dire stoica, del cittadino abate è pervasa e sublimata dalle essenze più pure ed eterne del Vangelo. Col fiero laico, già volterriano, rifiorisce la poesia che spera e prega, che accenna «al premio che i desidèri avanza», che, sconfortata dell’impotenza dell’umana Ragione, ridispiega fiduciosa le ali verso quel «Dio che atterra e suscita, Che affanna e che consola».
Con la lettera, onde siamo mossi, del 9 febbraio 1814, il Manzoni informa il Fauriel d’aver condotti a termine altri due degl’Inni: certamente Il nome di Maria, che fu composto dal 9 novembre 1812 al 19 aprile 1813, e Il Natale, dal 13 luglio al 29 settembre 1813.
«J’ai écrit deux autres Inni, avec l’intention d’en faire une suite: le premier de ceux-ci, qui ne sont que manuscrits, a eu tout le succès que je pouvais désirer; le second n’a pas été si approuvé, ce qui m’a fait croire que tous ceux qui en ont jugé avaient perdu le sens commun, eux qui avaient tant de pénétration quand ils ont trouvé les autres bons! Quand les temps seront un peu plus tranquilles, je les soumettrai à votre jugement, qui est pour moi la plus grande autorité».
[24] Cfr. Eustachio Dègola, il clero costituzionale e la conversione della famiglia Manzoni; spogli da un carteggio inedito di Angelo De Gubernatis; Firenze, Barbèra, 1882; pag. 494-95.