[25] Portraits contemporains; Paris, 1889. IV, pag. 196.
VIII.
In grazia degl’Inni, il Manzoni aveva messo da parte—per poco tempo, come immaginava, nella certezza di riprenderlo poi più tardi (sono illusioni di cui si può esser vittima anche senza esser «letterati grandi»!)—un altro suo poemetto; che, a giudicarne dagli scarsi indizi, sarebbe riuscito d’ispirazione, anch’esso, tra virgiliana e pariniana.
«Il s’en faut bien que j’aie mis de côté mon petit poème, quoique depuis quelque temps je n’y ai pas mis la main; mais j’ai tout mon plan fait, et quelques morceaux d’écrits».
Di codesto disegno generale e di codesti brani il Bonghi dichiarò di non aver ritrovata traccia nè tra i manoscritti manzoniani, nè presso gli amici del poeta. Non è improbabile che altri, in grazia di più diligenti ricerche, possa essere più fortunato. Ad ogni modo, da una lettera precedente, del 5 ottobre 1809, scritta a Parigi e diretta alla Maisonnette, apprendiamo che il soggetto del poema era la vaccinazione.
«Je suis plus heureux que je ne le mérite, pour ma Vaccine. Je réçois de Milan un extrait d’un ouvrage que l’on va imprimer, et dans lequel il est dit que non seulement on a trouvé la petite vérole dans les vaches en quelques endroits de la Lombardie, mais que dans la Valle di Scalve, qui est dans les montagnes de la Bergamasque, il y avait une tradition, que l’on conduisait les vaches infectes dans les maisons de ceux qu’on voulait preserver de la petite vérole naturelle. Ainsi, voyez, j’ai vaccine, Lombardie, montagnes et tradition!».
Si trattava dunque d’una specie d’ampliamento, sul modello delle Georgiche, con variazioni didascaliche, descrittive e narrative, della famosa ode al dottor Bicetti? A buon conto, oramai il poeta aveva già sotto mani, sulla tavolozza, quel che di meglio, anzi d’essenziale, l’arte sua pretendeva: l’ambiente storico o leggendario della sua Lombardia, e quei monti, quella pianura a perdita d’occhio, quei colli «beati e placidi», quei laghi incantevoli, quei fiumi e quei ruscelli, che son già nello sfondo delle sue tragedie, e son tanta parte del suo romanzo.
Vero è che il momento buono di mettersi intorno a codesto poema non veniva mai. Aveva, sì, fatto un altro passino avanti. Per quanto egli fosse un grande ammiratore del Giorno, e di quel verso sciolto che ha tutta la squisita e snella eleganza d’una clamide, onde gli scultori greci rivestivan le Giunoni o le Minerve, le Flore o le Muse; e ammirasse, anche in questo d’accordo col Fauriel, la stupenda versione montiana dell’Iliade[26]: si era dovuto convincere che, per un poema un po’ ampio, il verso sciolto dovesse riuscire a stancare. Altro è un poemetto, come il Carme all’Imbonati e l’Urania, come il Prometeo del Monti e I Sepolcri; e altro, poniamo, un poema come L’Italia liberata dai Goti o Le Api del Ruccellai o La Coltivazione dell’Alamanni. Il metro veramente acconcio per componimenti di tanta ampiezza, nella nostra poesia, è l’ottava: quella dell’Orlando Furioso, se non anche quella della Gerusalemme Liberata, e della Coltivazione de’ Monti di Bartolomeo Lorenzi.[27]
Il 6 marzo del 1812, il Manzoni riscriveva da Milano: