[28] Lettera apologetica, nelle Prose; Firenze, Le Monnier, 1850, pagina 556.

[29] A proposito di codesti principi, m’è caro rimandare all’interessante articoletto dell’amico prof. Giovanni Bognetti, Nascite sovrane in Milano (1773-1830), nella miscellanea nuziale Da Dante al Leopardi; Milano, Hoepli, 1904, pag. 652 ss.—Il Bognetti riferisce (p. 659) un brano di lettera del Melzi ad Eugenio, scritta dopo la partenza della viceregina, in cui poteva dirgli senza tema di cortigianeria: «Je puis assurer aussi à mon tour que tout est tranquille à Milan, mais bien triste, surtout depuis le départ de la Princesse, qui a réellement affecté toutes les classes de la population».

[30] Non so quanta fede meriti qui il Foscolo. Egli è di umor nero contro i Milanesi, ora. Comunque, se questi, e allora e poi, peccarono di eccessivo municipalismo, è certo che il maggiore tra essi, e allora e poi, aborrì da un cotal sentimento, perniciosissimo ai suoi ideali di patria. Ricordo un solo episodio. Al genero G. B. Giorgini, che gli aveva mandato da leggere gli stampini del suo opuscolo Dell’unità d’Italia in ordine al diritto e alla storia (Milano, Redaelli, 1861), egli scriveva l’11 marzo 1861: «L’esserti fatto tanto umile, mi fa esser tanto temerario. T’avverto dunque che se non mi viene un tuo avviso in contrario, a posta corrente, farò sulle prove del torchio... un piccolo cambiamento... A un calabrese sostituirò un Fabrizio Maramaldo. E questo perchè non m’avendo tu scritto d’aver trovato che tale fosse veramente la patria di quel colui, posso credere che l’osservazione ti sia sfuggita. E ad ogni modo mi par ben fatto di scansare ogni nome di provincia italiana nei fatti odiosi». Cfr. D’Ancona. VI lettere di A. Manzoni a G. B. Giorgini (per nozze), Pisa, 1896, p. 9-10: e anche D’Ovidio, Saggi critici, Napoli, 1878, p. 76.—Pel sentimento antiregionalista del Manzoni, si vegga pure la mia Introduzione al volume I di queste Opere, pag. XLIII.

[31] Cfr. Mémoires inédits du prince de Metternich, Paris, Plon, 1879; e cfr. «Revue des deux mondes» del 1º dicembre 1879, pag. 490.—Lo spunto delle parole di Napoleone alle prese con quel volpone della diplomazia, ricorda quelle dal Manzoni messe in bocca al Carmagnola tra i volponi del Consiglio dei Dieci (a. V, sc. [1ª]): «Giudice del guerrier solo è il guerriero; Voglio scolparmi a chi m’intenda.....». E la somiglianza, del tutto casuale, tra ciò che disse l’uom fatale e ciò che pensava il poeta del Cinque maggio, non è priva d’interesse!

[32] Dicon dettata dal Manzoni l’ultima supplica, del 12 febbraio 1830, che la Teresa diresse all’Imperatore, perchè le fosse «concesso di terminare i suoi giorni accanto a quello che la Provvidenza le aveva dato per compagno». L’ha pubblicata il D’Ancona, nel volume sul Confalonieri.

X.

Se si vuol prestar fede al Cantù, il Manzoni così avrebbe giudicato, parecchi anni dopo, dei precedenti e delle conseguenze di quelle agitazioni e di quei moti, che segnaron la caduta del primo regno italico.

«—La forza non ha mai fatto bene. In ogni secolo troverai pochi anni di pace, ne’ quali gli uomini progrediscono: tutt’a un tratto si rompe la guerra; chi aveva interesse a conservare il vecchio, torna allo stato di prima, e al fin della guerra si è ancora alla condizione antica, e si deve ricominciare la lotta del vero.

—La rivoluzione francese giovò veramente! Da gran tempo le menti avevano preso in fermento, una spinta verso il meglio. Le opinioni grandeggiando venivano ad imporre alle istituzioni... Poichè non avvennero, è impossibile dire appunto quali avvenimenti sarebbero nati dalla pace: ma i quarant’anni, in cui fosse seguitato quel progresso, senza interromperlo col volgerlo sopra fantasmi o vanità splendide, chi sa dove avrebbero portata l’umanità. All’incontrario, quando la rivoluzione finì nel 1814, si trovò che tutta Europa, stanca, amava di vero amore i rappresentanti del despotismo: primo, perchè pareano rimetterla in quiete; secondo, perchè son ben pochi che sappiano odiare uno senza amare il nemico di esso. Questo dai popoli. Dai re venne stabilito un diritto assoluto, un regnare per la grazia di Dio, per diritto sopra o extra-umano, che prima non v’era. Difatto non v’avea paese (quando forse non se ne eccettui la Lombardia) dove non vi fossero istituzioni indipendenti dal re. Tant’è vero che ogni re, quando veniva eletto, prestava un giuramento: il che suppone che credevano anch’essi qualche cosa superiore a sè, da cui tenevano l’autorità. Di ciò nulla dopo il 1814....