Si dice che in Lombardia non v’era idea di nazionalità prima che venissero i Francesi. Falso. Quando s’è in possesso d’una cosa, meno se ne discorre: d’indipendenza non parlano tanto gl’Inglesi p. es., quanto gl’Italiani. Nazionalità v’era sì, e mostravasi a mille atti aperto l’attaccamento al proprio paese, alle leggi, alle consuetudini; e quando i principi austriaci le violassero, se ne sentiva il lamento comune, si mandavano deputati a richiamarsene. Questa nazionalità è vero ch’era lombarda. Vennero i Francesi, che con manifesto despotismo la conculcarono, facendo tutto venir di fuori, leggi, armi ecc. ecc. Allora ci si pensò di più. E poichè trattavasi di rinnovare il principio, e l’idea di nazionalità lombarda era un assurdo evidente, si prese un simbolo più vero, più esteso: la italiana».[33]
Gl’Italici eran d’accordo nel vagheggiare un ideale d’autonomia e d’indipendenza; ma circa i modi e la via da tenere per conseguirlo, i pareri eran diversi o contrarii. I più reputavan possibile e desiderabile la conservazione di quell’effimero ed assurdo Regno d’Italia;[34] magari con un principe di Casa d’Austria, magari col Duca di Clarence, terzogenito del re Giorgio III d’Inghilterra. Il Manzoni era dei pochi che mirassero, con magnanima e incrollabile persistenza, alla unificazione monarchica di tutta quanta la Penisola,
Che natura dall’altre ha divisa,
E ricinta con l’alpe e col mar.
Egli era convinto come assai spesso «sia più ragionevole chiedere il molto che il poco».[35] E se il supremo benefizio dell’unità avessimo dovuto riconoscerlo da un principe francese, si chiamasse Beauharnais o Murat, viva, per il momento almeno, anche Eugenio o Gioacchino!
Nello scartafaccio del Cantù gli sono altresì attribuite queste osservazioni:
«—Nel 1814 la maggior parte erano abbagliati dal fantasma della gloria passata: molti, per le circostanze delle cose, desideravano ardentemente gli Austriaci; cioè, dopo diciotto anni di tanti casi, desideravasi restituito quell’ordine di cose che allora, per voce di filosofi e confessione dei principi stessi, si era conosciuto disadatto. Pochi, i più quieti, dicevano:—Ma che volete mai fare? lasciate un po’ fare a loro! Volete andare contro tante baionette? ecc. ecc.—Allora si stabilì la pace.....
—Nessuna nazione ha diritto d’intromettersi negli ordinamenti interni delle altre, giacchè ciascuna deve conoscere il proprio meglio, e a questo provvedere di voto comune.....
—Non è mica ben intesa neppure la questione di straniero. Questa è affatto accidentale. Se straniero è chi parla diversa lingua, sono dunque sotto padrone straniero l’Alsazia e i dipartimenti tedeschi?[36] Questa è qualità accidentale, giacchè potrebb’essere qui un governo tedesco, senza le cancellerie auliche, ed esser buono, purchè eletto o voluto dalla nazione ecc. Tanto è vero che v’è paesi in Italia sotto principi italiani, ove si sta peggio che sotto gli Austriaci. La questione dunque è più giustamente posata col dire: Governi buoni e Governi cattivi».