E quanto all’Austria, e a quel nefasto bigotto della restaurazione che fu il Metternich, s’affrettava a soggiungere:

«—Libertà, dicono, è obbedire solo alle leggi. Questa definizione potrebbe piacere anche a Metternich, giacchè le leggi le fa lui! Importa sapere da chi e come sono fatte, e se buone o cattive. Era una legge anche quella degl’imperatori romani di adorare gl’idoli; e i cristiani credeansi in dovere di disobbedirla».

La restaurazione cieca, il mantenere o risuddivider l’Italia negli antichi e ridicoli staterelli, rinnegando quei principii, respingendo quegli ammonimenti, rinunziando a quei vantaggi che costavan sì enormi sacrifizii di sangue e di sostanze, questo era il peggio. E poichè il re di Napoli dava non dubbii segni di voler proclamare la guerra santa dell’unificazione, egli, il Manzoni, aveva simpatia per l’avventuriero Murat. Che importava che questi non fosse re per la grazia di Dio? Lo sarebbe stato pel volere concorde del popolo; ch’era un modo più conforme alle conquiste intellettuali della Rivoluzione. E in quella simpatia il poeta non era solo. A Milano passavano per murattisti il conte Giacomo Luini, direttore generale della polizia, e il generale Teodoro Lechi, il cui fratello Giuseppe già militava nelle file dell’esercito napoletano; e fino si buccinava che il generale Domenico Pino, a cui di lì a qualche giorno sarebbe stato affidato il comando militare di Milano, partecipasse agli audaci disegni del re.

[33] Cfr. Cantù, A. Manzoni, reminiscenze; 2ª ediz., Milano, Treves. 1885, vol. II, pag. 311 ss.

[34] Assurdo anche per la sua configurazione. S’immagini che chi avesse voluto dalla capitale recarsi a Bologna, la terza città del Regno, per la più corta, doveva traversare il dipartimento francese del Taro, l’antico ducato di Parma! Tutti sanno che Giuseppe Verdi nacque (il 10 ottobre 1813) in questo dipartimento, così che qualche allegro biografo d’oltr’Alpi ha voluto farne un francese!

[35] Nella Prefazione al Conte di Carmagnola; pag. 157 di questo volume.—Nella lettera a Giorgio Briano, da Lesa il 7 ottobre 1848, il Manzoni chiamava quella dell’unità nazionale «una causa che è stata il sospiro di tutta la sua vita».

[36] Dopo Sédan codesto argomento di fatto ha perduto tutto il suo valore! E non credo che il Manzoni aspettasse il 1870 per mutar d’opinione. Ciò che gl’Italiani migliori pensassero poi pur della signoria o protezione francese, si può vederlo nello scritto del De Sanctis, L’Italia e Murat, pubblicato a Torino nel 1855, e ora ristampato negli Scritti varii inediti o rari; Napoli, Morano, 1898, vol. I, pag. 181 ss.

XI.

Il 3 marzo, il Manzoni cominciò a mettere in carta il quarto dei suoi Inni, La Passione. Scrisse: