Le notizie che venivan d’oltr’Alpi avvertivano che la catastrofe napoleonica era imminente. «Di quel securo il fulmine» scoppiava ancora pauroso a Brienne, a Champaubert, a Montmirail, a Montereau, a Vauchamp; ma le file di quell’ultimo esercito di adolescenti scemavan via via, senza che per il momento fosse possibile rinvigorirle. E intanto gli eserciti degli Alleati s’accavallavano e rinnovavano, e si stringevano ogni giorno più intorno a Parigi. Il 30 marzo, quando Napoleone con una suprema audacia disegnò di portarsi alle spalle del nemico, e raccogliere le guarnigioni lasciate nella Francia orientale e l’esercito d’Italia, gli Alleati precipitarono su Parigi, sconfissero re Giuseppe e Marmont, e il giorno 31 entrarono nella città e vi si accamparono. Napoleone tornò in furia da Rheims, ma comprese che tutto era perduto e si attendò a Fontainebleau, aspettando. Il 5 aprile si seppe anche a Milano della presa di Parigi; e il 15, che a Fontainebleau l’uomo fatale[37] era stato costretto a firmare la sua abdicazione. Il formidabile di ieri si avviava, sotto scorta, al risibile staterello dell’Elba, lasciatogli come per elemosina.

Giorgio Byron, che nel gennaio di quell’anno, pubblicando il Corsaro, aveva espresso il proponimento di non più poetare per lungo tempo, e che il 9 aprile, al mattino, ancora scriveva: «Non più versi oramai; io ho dato le mie dimissioni»; la sera, all’annunzio dell’abdicazione, diffuso da un supplemento della Gazzetta, si sentì invaso da irrompente furore poetico, e il giorno appresso l’Ode to Napoleon Bonaparte era già composta. Essa fu subito stampata e pubblicata, senza il nome dell’autore. L’intonazione e parecchi spunti ricordano molto da vicino il Cinque maggio[38]. Comincia:

’Tis done—but yesterday a King!

And arm’d with Kings to strive—

And now thou art a nameless thing:

So abject—yet alive!

Is this the man of thousand thrones,

Who strew’d our earth with hostile bones,

And can he thus survive?