Foredoom’d by God—by man accurst,

And that last act, though not thy worst,

The very Fiend’s arch mock;

He in his fall preserved his pride,

And, if a mortal, had as proudly died![47]

È verosimile che, se «il massimo Fattor» fosse anche uno scrittore di tragedie sul tipo classico, avrebbe chiusa la terribile catastrofe di Fontainebleau come, poniamo, l’Alfieri il Saul. All’«empia Filiste» del Danubio, Napoleone avrebbe, passandosi il cuore, detto, con un gesto e un atteggiamento che ricordasse il repubblicano Catone (che importava la fede politica di questo antico? forse che l’imperialista Dante s’era peritato di piegare davanti a lui «le gambe e il ciglio», pur dopo d’aver visto Bruto e Cassio nel peggior luogo dell’Inferno, nella sola compagnia di Giuda Iscariota?):

«Me troverai, ma almen da re, qui.... morto!»[48]

Ma Napoleone, nonostante le sue pretese artistiche e i suoi ukasi estetici, aveva preferito comportarsi, magari a dispetto del corifeo dei nuovi poeti romantici,[49] come un eroe romantico. Anche Macbeth s’era rifiutato di seguire i nobili esempi che pure a lui, barbaro caledone, additava la magnanima storia di Roma. Chè quando codesto efferato ambizioso si vede inseguito com’una belva e senza speranza di scampo, esclama, con nuovo scatto di ferocia:

«Why should I play the Roman fool, and die

On mine own sword? whiles I see lives, the gashes