Do better upon them».[50]

Il Manzoni, da buon filosofo della storia, e poco tenero oramai dell’arte classicheggiante e dei critici dittatori del buon gusto, dedusse dal mancato suicidio del desolator desolate, del victor overthrown, la conseguenza che la necessità ineluttabile del suicidio negli eroi e nelle situazioni tragiche sia del tutto posticcia, e punto rispondente alla realtà. Nella sua Lettre à m. C*** egli tocca, con una punta d’arguta canzonatura, di quei tragediografi che si sbarazzano degli eroi malencontreux con un sollecito colpo di pugnale; e riferisce, a dileggio, i due versi celebri nei quali «un poëte a donné la formule morale du suicide». Il poeta è, chi non lo sappia, il Voltaire; il quale mise in bocca alla sua Merope, in fine dell’atto secondo della tragedia omonima, queste parole:

«Moi vivre, moi lever mes regards éperdus

Vers ce ciel outragé que mon fils ne voit plus!

Sous un maître odieux, dévorant ma tristesse,

Attendre dans les pleurs une affreuse vieillesse!

Quand on a tout perdu, quand on n’a plus d’espoir,

La vie est un opprobre, et la mort un devoir».

In verità, osserva il Manzoni, l’esperienza e la storia mostrano che nella vita i suicidii non sono così frequenti come sulla scena, e specialmente non avvengono nelle occasioni in cui i poeti tragici v’han ricorso.