«On voit des hommes qui ont subi les plus grands malheurs ne pas concevoir l’idée du suicide, ou la repousser comme une faiblesse et comme un crime. Certes l’époque ou nous nous trouvons a été bien féconde en catastrophes signalées, en grandes espérances trompées; voyons-nous que beaucoup de suicides s’en soient suivis? non; et si la manie en est devenue de nos jours plus commune, ce n’est pas parmi ceux qui ont joué un grand rôle dans le monde, c’est plutôt dans la classe des joueurs malheureux, et parmi les hommes qui n’ont ou croient n’avoir plus d’intérêt dans la vie dès qu’ils ont perdu les biens les plus vulgaires: car les âmes les plus capables de vastes projets sont d’ordinaire celles qui ont le plus de force, le plus de résignation dans les revers.»[51]
Una delle catastrofi contemporanee più segnalate, anzi la più grandiosa e memorabile, non era appunto stata quella di Fontainebleau; anche più insigne dell’altra che seguì, di Waterloo, benchè questa avesse conseguenze più definitive?
Il poeta, fedele al suo programma d’arte, di non tradir mai il santo Vero, s’attenne a codesti insegnamenti della storia: così quando, nell’Adelchi, non permise che il protagonista, cuor del suo cuore nonostante la solenne dichiarazione di rammarico per averlo messo al mondo[52], desse volontaria e violenta fine ai suoi giorni; come quando, nel Romanzo, lasciò cader di mano all’Innominato, a codesto piccolissimo Napoleone secentesco della Valsassina, la pistola con la quale aveva pensato un momento di «finire una vita divenuta insopportabile» (cap. XXI). Shakespeare, il «savio gentil» che seppe meglio di qualunque altro leggere nel cuore umano, era, anche questa volta, una guida molto sicura. Vero è che la critica interessata di certi poeti, ambiziosi di dittatura, parlava di costui «come d’un genio selvaggio, d’un capo strano, con de’ lucidi intervalli stupendi: una specie di montagna arida e scoscesa, dove un botanico, arrampicandosi per de’ massi ignudi, poteva trovare un qualche fiore non comune». Ma il Manzoni nè aveva i secondi fini del Voltaire, nè era un caparbio o un parvenu letterario come l’Alfieri; e non si fece scrupolo di riconoscere subito in lui il «grande e quasi unico poeta», e a darglisi tutto, come Dante a Virgilio, per sua salute[53]. I due stupendi monologhi, di Adelchi e dell’Innominato, in cui è descritta nei più minuti particolari la storia di quelle due anime agitate, che accolgon prima come una liberatrice l’idea del suicidio e poi la respingono come una vile lusingatrice, son rimodellati su quello celebre di Amleto[54]. S’intende; del Manzoni possiamo ripetere ciò ch’ei disse del Goethe: si mise sulla strada «segnata dal genio selvaggio,... come accade ai grandi ingegni, senza intenzione e senza paura d’imitare»[55].
Sennonchè, quando, sullo scorcio del 1819 e il principio del 1820, il Manzoni scrisse la Lettre a m. C***, sapeva forse che davvero il vinto di Fontainebleau aveva tentato, e meglio che tentato, di farla finita con una esistenza che oramai gli era insopportabile? E se non allora, lo seppe egli quando componeva l’Adelchi, o almeno quando descrisse la tormentosa notte dell’Innominato? Manca il modo di accertar nulla. Comunque, sono assai rilevanti e significative le affinità che si scorgono tra codeste immaginazioni poetiche e quell’episodio storico, rivelatoci poi da testimoni oculari.
L’imperatore aveva, il 4 aprile, segnato un primo atto d’abdicazione, riservando i diritti di suo figlio e quelli della imperatrice reggente, e il mantenimento delle leggi dell’Impero. Ma il 7, costretto dalla diserzione di Marmont, s’era dovuto piegare a rinunciare per sè e i suoi figliuoli a qualunque diritto sui troni di Francia e d’Italia. Non bastava. Il 12, tre generali gli portaron da firmare il trattato di pace che il giorno prima gli Alleati e il governo provvisorio avevan concluso a Parigi. Napoleone, divenuto cupo, lo respinge e reclama il suo atto d’abdicazione del 7. Che cosa mulinava? Gl’intimi s’eran potuto accorgere che sinistri propositi attraversavano la sua mente. Il conte di Turenne gli aveva sottratte e scaricate le pistole; ma egli le aveva reclamate, rimproverandolo. Poi, aveva parlato con calma della sua nuova condizione. La morte, disse averla bensì cercata sul campo di battaglia, per esempio ad Arcis-sur-Aube («anch’io credea morir sul campo!»); ma il pensiero del suicidio sarebbe stato indegno di lui. Egli era cosciente e geloso della sua dignità imperiale; «Se tuer», aveva soggiunto, «c’est la mort d’un joueur!». E ancora, scoprendo tutto un abisso di meditazioni e di speranze: «Il n’y a que les morts qui ne reviennent pas!».—Solo Shakespeare avrebbe forse saputo leggere in una simile anima, in un simile momento; e queste frasi son degne di lui.
Quel giorno, sul punto di apporre la sua firma alla sentenza capitale dell’Impero, Napoleone era così sprofondato in sè stesso, che, narra il generale De Ségur, «il semblait habiter un autre monde». Alle dieci di sera, andò a letto; a mezzanotte, chiamò il servo fedele perchè ravvivasse il fuoco, e gli preparasse da scrivere presso il caminetto. Poi lo mandò via. Si levò agitatissimo, percorse la stanza a passi concitati, si fermò di botto, scrisse, ghermì il foglio e lo buttò sul fuoco; tornò a passeggiare, a sedere, a scrivere, a gettare il foglio sul fuoco. Poi, s’accostò al comodino, vuotò nel bicchiere il sacchetto del veleno che gli aveva preparato il dottore Yvan, e ch’ei portava sempre con sè dopo la guerra di Spagna, e bevve. Si rimise a letto. Per una lunga mezz’ora il cameriere, trepidante, rimase dietro la porta a spiare. Napoleone, maravigliato di vivere ancora, aspettava impaziente gli effetti del veleno. Poichè questi tardavano, ricorse a un altro veleno, già preparatogli dal Cabanis. Soffriva molto, ma non era la morte. Stanco, fece chiamare il medico, per chiedergli un veleno più decisivo. Yvan, atterrito, supplica l’imperatore di prendere invece un contravveleno: non voglia esporlo a terribili sospetti! Napoleone cede, si lascia curare e s’assopisce. Le tenere prove d’affetto di chi lo circondava gli ridanno la forza di vivere. Esclama: «Dieu ne le veut pas!»; domanda il trattato degli 11 aprile, e vi appone il suo nome[56].
La tragedia, che pareva giunta alla catastrofe, era solo alla fine del quarto atto: mancavano ancora l’Elba, Waterloo, Sant’Elena.
[37] Fatal guerriero l’aveva già, nel Beneficio, chiamato il Monti.
[38] Nel 1832 il dott. Amadio Christiano Federico Mohnike (n. 1781, m. 1841) pubblicò, col titolo di Voci di Napoleone dal settentrione e dal mezzogiorno, tradotte in tedesco le Odi napoleoniche degli svedesi Nikander e Tegner, del Byron e del Manzoni. Questi gli scrisse, ringraziando, il 22 agosto: «Il far soggetto d’un Suo lavoro un mio componimento, e il collocarlo in così degno luogo, era già per sè un alto favore; aggiungendovi quello del dono, e d’una gentilissima lettera, Ella ha colmato la Sua bontà e la mia riconoscenza....». Non sembra verosimile che, anche prima d’allora, il Manzoni non conoscesse direttamente l’ode del poeta che fu dai contemporanei proclamato (vedi nel Don Juan, c. XI, 55)
The grand Napoleon of the realms of rhyme.