Se un altro, di quell’ode avrebbero potuto parlargli il Pellico e il Berchet, che del Byron furono ammiratori, traduttori ed apostoli in Lombardia.

[39] «Tutto è finito! Ed ieri ancora eri re! e armato per combattere coi re. Oggi sei una cosa senza nome; così abbietta eppure vivente! È questo l’uomo dai mille troni, che seminava la terra di ossa nemiche; e può sopravvivere così? Dopo colui che venne chiamato a torto la Stella Mattutina, nè uomo nè demonio era mai caduto tanto in basso». —Circa le censure all’Ei fu, cfr. D’Ovidio, Discussioni manzoniane, pag. 200. Che quell’esordio riecheggi il ’Tis done byroniano, nessuno pare l’abbia notato.

[40] «Il trionfo e l’orgoglio, la gioia della lotta» [certaminis gaudia, aveva fatto dire Cassiodoro da Attila, prima della battaglia di Châlons], «il grido tonante della vittoria, per te alito di vita; la spada, lo scettro, e quell’impero a cui l’uomo sembrava creato per obbedire e che riempiva di sè la fama—tutto è sparito!—Spirito tenebroso! quale sarà per te il tormento delle memorie!».

[41] «Ma tu—dalla tua mano riluttante il fulmine venne strappato a forza—troppo tardi tu lasciasti il supremo potere, a cui s’attaccava la tua debolezza. Benchè tu sia lo Spirito del Male, noi ci sentiamo stringere il cuore mirandoti così smarrito, pensando che la terra, questa bella opera di Dio, ha potuto esser lo sgabello di un essere così debole». (Strofa IX).

[42] «I tuoi trionfi non aggiungon più nulla alla tua fama, o ne rendon più intense le macchie.... Ma chi vorrebbe spaziare all’altezza del sole, e precipitar poi in una notte sì cupa?». (Strofa XI).

[43] «Messa nella bilancia, la polvere degli eroi è vile quanto l’argilla comune; i tuoi pesi, o Morte, misurano esattamente tutti quelli che spariscon dalla terra. Eppure pensavo che qualche scintilla sublime dovesse animare quei grandi, che ci abbagliano e ci riempiono di trepido stupore; nè avrei creduto che il Dispregio potesse farsi gioco di costoro, i conquistatori della terra». (Strofa XII).

[44] «Affrettati dunque alla tua malinconica isola, e lancia lo sguardo sul mare: quest’elemento può sfidare il tuo sorriso—non ha preso mai la legge da te!». (Strofa XIV).

[45] «E colà che pensieri saranno i tuoi, assorto in una rabbia impotente contro la prigione?—Uno solo: “Il mondo fu mio!„... La vita non potrà trattenere a lungo quello spirito, che voleva essere così largamente e lungamente obbedito—e n’era così poco degno!». (Strofa XV).

[46] «Ma tu davvero hai voluto esser re, e vestire il manto di porpora; come se quell’abito da mascherata potesse strapparti dal cuore il ricordo». (Strofa XVIII).

[47] «Gli è forse un resto delle speranze imperiali che ti fa sopportare con calma un tal cambiamento? o è solo la paura della morte? Morir sovrano—o vivere schiavo: la tua scelta è ignobilmente coraggiosa». (Str. V).—«E la Terra ha versato il suo sangue per lui, che è tanto avaro del proprio!». (Str. X).—«O, simile al rapitore del fuoco celeste, vuoi tu resistere al colpo? e dividere con lui, col maledetto, il suo avoltoio e la sua rupe! Punito da Dio, proscritto dall’uomo, e, per quest’ultima azione, che pur non è delle tue peggiori, deriso dallo stesso Satana: questi, nella sua caduta, serbò intatto il suo orgoglio, e, se fosse stato mortale, avrebbe saputo morire da prode!». (Str. XVI).—La frase The very Fiend’s arch mock è tolta di peso da Shakespeare; che la mette in bocca a Jago (Othello, a. IV, sc. I, v. 71).