[48] Occorre tuttavia osservare che l’Alfieri non reputava molto tragica questa catastrofe, che gli era suggerita dalla Bibbia (Reg. I, 31, 4: «arripuit Saul gladium, et irruit super eum»). Scrive nel Parere sul Saul: «un re vinto, che uccide di propria mano se stesso per non essere ucciso dai soprastanti vincitori, è un accidente compassionevole sì, ma per quest’ultima impressione che lascia nel cuore degli spettatori, è un accidente assai meno tragico, che ogni altro dall’autore finora trattato».

[49] Il quale, del resto, dopo Waterloo, finì coll’ammirare il superbo disdegno con cui il conquistatore andò incontro all’avversa fortuna. Nel canto III del Childe Harold’s Pilgrimage (st. 39), che è del 1816, esce a dire: «Eppure la tua anima ha sopportato i rovesci con quella innata filosofia che non s’impara, e che, frutto di saggezza, di freddezza o di profondo orgoglio, è fiele e assenzio pel nemico. Quando tutta una massa d’odio ti si assiepava intorno, per spiare e beffare la tua fiacchezza, tu hai sorriso con un occhio calmo e rassegnato; quando la Fortuna fuggì via dal suo favorito e viziato pupillo, ei rimase ritto ed in piedi sotto le disgrazie accumulate sul suo capo».

[50] «Perchè lo stolto Romano imiterò, morte cercando Sulla mia stessa spada? Infin ch’io veggo Altri vivi, su lor cadano i colpi!».—A. V, sc. 8ª, v. 1-3. Traduzione del Carcano.

[51] Vedi più avanti, in questo volume, a pag. 301-2, 361-2.

[52] Vedi più avanti, in questo volume, a pag. 12.

[53] Cfr. Del romanzo storico, parte II, in fine: e il mio scritto: Ammiratori ed imitatori dello Shakespeare prima del Manzoni, nella «Nuova Antologia» del 16 novembre 1892.

[54] Cfr. Scarano, Amleto e Adelchi, nella «Nuova Antologia» del 16 settembre 1892; e Scherillo, Il monologo nella tragedia alfieriana, nella «Rivista d’Italia» dell’ottobre 1903.

[55] Qualche accento alfieriano può tuttavia sentirsi nel monologo di Adelchi. Per esempio, l’apostrofe alla spada: «Tu, brando mio, che del destino altrui Tante volte hai deciso, e tu, secura Mano avvezza a trattarlo... e in un momento Tutto è finito».—richiama e quella di Saul: «Ma, tu mi resti, o brando: all’ultim’uopo, Fido ministro, or vieni», e l’altra di Carlo, nel Filippo: «Oh ferro!... Te caldo ancora d’innocente sangue, Liberator te scelgo». Ma anche Shakespeare aveva messo in bocca a Giulietta: «O ferro amico! ecco la tua guaìna: Arrugginisci qui; morte mi dona!...».—Il quale Shakespeare aveva altresì fatto esclamare a uno dei suoi personaggi, al vecchio Gloucester del Re Lear (a. IV, sc. 6ª), sul punto che si getta dalla rupe: «O voi numi potenti! Io rinunzio a questo mondo, e davanti a voi scuoto pazientemente dalle spalle la mia grande afflizione. Se potessi sopportarla più a lungo, senza contrastare ai vostri invincibili voleri, lascerei consumare la spregiata e abborrita mia parte mortale». E gli aveva fatto dar sulla voce da Edgardo, il figliuolo calunniato (a. V, sc. 2ª): «Gli uomini devono sopportare il loro andare colà nello stesso modo che la loro venuta qui: tutto consiste nell’esser maturi». (Men must endure / Their going hence, even as their coming hither: / Ripeness is all.)

[56] Cfr. Saint-René Taillandier, Le général Philippe de Ségur, sa vie et son temps, nella «Revue des deux mondes» del 1º maggio 1875, pag. 138-41.

XII.