Gli storici veneti accusano qui il Carmagnola di tradimento.[696] Gli storici che non hanno preso[697] il tristo assunto di giustificare i suoi uccisori, non gli danno altra taccia che[698] d’essersi lasciato ingannare da uno stratagemma. Par certo che la condotta del Trevisani fosse imprudente da principio[699], e irresoluta nella battaglia[i)]. Fu[700] bandito, e gli furono confiscati i[701] beni; «e al capitano generale (Carmagnola)[702], per imputazione di non aver dato favore all’armata, con lettere del Senato fu scritta una lieve riprensione[j)]».

Il giorno 18 d’ottobre[703], il Carmagnola diede ordine al Cavalcabò, uno de’ suoi condottieri, di sorprender Cremona. Questo riuscì a occuparne una[704] parte; ma essendosi i cittadini levati a stormo, dovette[705] abbandonare l’impresa, e ritornare al campo.

Il Carmagnola non credette a proposito d’andar[706] col grosso dell’esercito a sostenere quest’impresa; e mi par[707] cosa strana che ciò gli sia stato imputato a tradimento dalla Signoria[708]. La resistenza, probabilmente inaspettata, del popolo spiega benissimo perchè il generale[709] non si sia ostinato a combattere una città che[710] sperava d’occupare tranquillamente per sorpresa: il tradimento non ispiega nulla; giacchè non si sa vedere perchè il Carmagnola avrebbe ordinata la spedizione, il cattivo esito della quale non fu d’alcun vantaggio per il nemico.[711]

Ma la Signoria, risoluta, secondo l’espressione del Navagero, di liberarsi del Carmagnola, cercò in qual maniera potesse[712] averlo nelle mani disarmato; e non ne trovò una più pronta[713] nè più sicura, che[714] d’invitarlo a Venezia col[715] pretesto di consultarlo sulla pace. Ci[716] andò senza sospetto, e in tutto il viaggio furono fatti onori straordinari a lui e al Gonzaga che l’accompagnava.[717] Tutti gli storici, anche veneziani[718], sono d’accordo in questo[719]; pare anzi che raccontino con un sentimento di compiacenza questo procedere, come un bel tratto di ciò che altre volte si chiamava prudenza e virtù politica. Arrivato[720] a Venezia, «gli furono mandati incontro otto gentiluomini, avanti ch’egli smontasse a casa sua, che l’accompagnarono a San Marco[k)]». Entrato che fu[721] nel palazzo ducale, si rimandarono le sue genti, dicendo loro che il Conte si fermerebbe a lungo col doge. Fu arrestato nel palazzo e condotto in prigione. Fu esaminato da una Giunta, alla quale il Navagero dà nome di Collegio secreto; e condannato a morte, fu, il[722] giorno 5 di maggio del 1432, condotto con le sbarre alla bocca tra le due colonne della Piazzetta, e[723] decapitato. La moglie e una figlia[724] del Conte (o due figlie[725], secondo alcuni) si trovavano allora in Venezia.

Nulla d’autentico si ha sull’innocenza o sulla reità di questo grand’uomo. Era da aspettarsi che gli storici veneziani[726], che volevano scrivere e viver tranquilli, l’avrebbero trovato colpevole[727]. Essi esprimono quest’opinione[728] come una cosa di fatto[729], e con quella negligenza che è naturale a chi parla in favore della forza. Senza perdersi in congetture, asseriscono che il Carmagnola fu convinto coi tormenti, coi testimoni e con le sue proprie lettere. Di questi tre mezzi di prova il solo che si sappia di certo essere stato adottato[730] è l’infamissimo primo, quello che non prova nulla.

Ma oltre la mancanza assoluta di testimonianze dirette storiche, che confermino la[731] reità del Carmagnola, molte riflessioni la fanno parere[732] improbabile. Nè i Veneziani hanno rivelato mai quali fossero le condizioni del tradimento pattuito; nè d’altra parte s’è saputo mai nulla d’un tale trattato. Quest’accusa è isolata nella storia, e non si appoggia a nulla, se non a qualche svantaggio di guerra, il quale anche si spiega senza ricorrere a questa supposizione: e sarebbe una legge stravagante non meno che atroce quella che volesse imputato a perfidia del generale ogni evento infelice. Si badi[733] inoltre all’essere il Conte andato[734] a Venezia senza esitazione, senza riguardi e senza precauzioni; si badi all’aver sempre la Signoria fatto un mistero di questo fatto, malgrado la[735] taccia d’ingratitudine e d’ingiustizia che gli si dava in Italia; si badi[736] alla crudele precauzione di mandare il Conte al supplizio con le sbarre alla bocca, precauzione tanto più da notarsi, in quanto s’adoprava[737] con uno che non era veneziano, e[738] non poteva aver partigiani nel popolo; si badi finalmente[739] al carattere noto del Carmagnola e del Duca di Milano, e si vedrà che l’uno e l’altro ripugnano alla supposizione d’un trattato di questa sorte tra di loro. Una riconciliazione segreta con un uomo che gli era stato orribilmente ingrato, e che aveva tentato di farlo ammazzare; un patto di far la guerra da stracco, anzi di[740] lasciarsi battere, non s’accordano con l’animo impetuoso, attivo, avido di gloria del Carmagnola. Il Duca non era perdonatore; e il Carmagnola che lo conosceva meglio d’ogni altro, non avrebbe mai potuto credere a una riconciliazione stabile e sicura con lui. Il disegno di ritornare con Filippo offeso non poteva mai venire in mente[741] a quell’uomo che aveva esperimentate[742] le retribuzioni di Filippo beneficato.

Ho cercato se negli storici contemporanei si trovasse qualche traccia d’un’opinione[743] pubblica, diversa da quella che la Signoria veneta[744] ha voluto far prevalere[745]; ed ecco ciò che n’ho[746] potuto raccogliere[747].

Un cronista di Bologna, dopo aver raccontata la fine de Carmagnola, soggiunge: «Dissesi che questo hanno fatto perchè egli non faceva lealmente per loro la guerra contra il Duca di Milano, come egli doveva, e che s’intendeva col Duca. Altri dicono che, come vedevano tutto lo Stato loro posto nelle mani del Conte, capitano d’un tanto esercito, parendo loro di stare a gran pericolo, e non sapendo con qual miglior modo potessero deporlo, han trovato cagione di tradimento contra di lui. Iddio voglia che abbiano fatto saviamente; perchè par pure, che per questo la Signoria abbia molto diminuita la sua possanza, ed esaltata quella del Duca di Milano[l)]».