Comandavano nel campo del Duca quattro insigni condottieri, Angelo della Pergola, Guido Torello, Francesco Sforza, e Nicolò Piccinino[f)]. Essendo nata[646] discordia tra di loro[647], il giovine[648] Filippo vi mandò con pieni poteri Carlo Malatesti pesarese, di nobilissima famiglia; ma, dice il Bigli, alla nobiltà mancava l’ingegno. Questo storico osserva che il supremo comando dato[649] al Malatesti non bastò a levar di mezzo[650] la rivalità de’ condottieri; mentre nel campo veneto a nessuno repugnava d’ubbidire[651] al Carmagnola, benchè avesse sotto di sè[652] condottieri celebri, e principi, come Giovanfrancesco Gonzaga, signore di Mantova, Antonio Manfredi, di Faenza, e Giovanni Varano, di Camerino.

Il Carmagnola seppe conoscere il carattere del generale nemico, e cavarne[653] profitto. Attaccò Maclodio, in[654] vicinanza del quale era il campo duchesco. I due eserciti si trovarono divisi da un terreno paludoso, in mezzo al quale passava una strada elevata, a guisa d’argine: e tra le paludi s’alzavano qua e là delle macchie poste su un[655] terreno più sodo: il Conte mise in queste degli agguati[656], e si diede a provocare il nemico. Nel campo duchesco i pareri erano vari: i racconti degli storici lo sono poco[657] meno. Ma l’opinione che pare più comune[658], è che il Pergola e il Torello, sospettando d’agguati, opinassero di non dar battaglia: che lo Sforza e il Piccinino la volessero a ogni costo[659]. Carlo fu del parere degli ultimi; la diede, e fu pienamente sconfitto. Appena[660] il suo esercito ebbe affrontato il nemico, fu assalito a destra e a sinistra[661] dall’imboscate, e gli furono fatti, secondo alcuni, cinque, secondo altri, otto mila prigionieri. Il comandante fu preso anche lui[662]; gli altri quattro, chi in una maniera, chi nell’altra[663], si sottrassero.

Un figlio[664] del Pergola si trovò tra i prigionieri.

La notte dopo la battaglia, i soldati vittoriosi lasciarono in libertà quasi tutti i prigionieri. I commissari veneti, che seguivano l’esercito[665], ne fecero delle lagnanze col[666] Conte; il quale domandò a qualcheduno de’ suoi cosa fosse avvenuto de’ prigionieri[667]; ed essendogli risposto che tutti erano stati messi[668] in libertà, meno un[669] quattrocento, ordinò che anche questi fossero rilasciati[670], secondo l’uso[g)].

Uno storico che non solo scriveva in que’ tempi, ma aveva militato in quelle guerre, Andrea Redusio, è il solo, per quanto io sappia, che abbia indicata la vera ragione di quest’uso militare d’allora. Egli l’attribuisce al timore che i soldati avevano di veder presto finite le guerre, e di sentirsi[671] gridare dai popoli: alla zappa i soldati[h)].

I Signori veneti furono punti e insospettiti dal procedere del Conte; ma senza giusta ragione[672]. Infatti, prendendo[673] al soldo un condottiero, dovevano aspettarsi che[674] farebbe la guerra secondo le leggi della guerra comunemente seguite; e non[675] potevano senza indiscrezione pretendere che prendesse il rischioso impegno d’opporsi a un’usanza[676] così utile e cara ai soldati, esponendosi a venire in odio a tutta la milizia, e a privarsi d’ogni appoggio. Avevano bensì ragione di pretender da lui[677] la fedeltà e lo zelo, ma non una devozione illimitata: questa s’accorda solamente[678] a una causa che s’abbraccia per entusiasmo o per dovere. Non trovo però che dopo le prime osservazioni de’ commissari, la Signoria[679] abbia fatte[680] col Carmagnola altre lagnanze su[681] questo fatto: non si parla anzi che d’onori e di ricompense.

Nell’aprile del 1428 fu conclusa tra i Veneziani e il Duca un’altra di quelle solite paci.

La guerra risorta[682] nel 1431, non ebbe per il Conte così prosperi cominciamenti come le due passate. Il castellano che comandava in Soncino per il[683] Duca, si finse disposto a cedere per tradimento quel castello al Carmagnola. Questo ci[684] andò con una parte dell’esercito[685], e cadde[686] in un agguato, dove lasciò prigionieri, secondo il Bigli, secento[687] cavalli e molti fanti, salvandosi lui[688] a stento.

Pochi giorni dopo, Nicola[689] Trevisani, capitano dell’armata veneta sul Po, venne alle prese coi galeoni del Duca[690]. Il Piccinino e lo Sforza, facendo le viste di voler attaccare[691] il Carmagnola, lo rattennero[692] dal venire in aiuto[693] all’armata veneta, e intanto imbarcarono gran parte delle loro genti di[694] terra sulle navi del Duca. Quando il Carmagnola s’avvide dell’inganno, e corse per sostenere i suoi, la battaglia era vicino all’altra[695] riva. L’armata veneta fu sconfitta, e il capitano di essa fuggì in una barchetta.