Era tra essi il Carmagnola, e ci[605] aveva già un comando. Questo esercito corse col nuovo Duca sopra Milano, ne scacciò[606] il figlio naturale di Barnabò Visconti, Astorre, il quale se n’era impadronito, e[607] lo sforzò a ritirarsi in Monza, dove assediato, rimase ucciso. Il Carmagnola si segnalò tanto in quest’impresa, che fu nominato condottiero dal Duca[608].
Tutti gli storici riguardano il Carmagnola come artefice della potenza di Filippo. Fu il Carmagnola che gli riacquistò in poco[609] tempo Piacenza, Brescia, Bergamo, e altre città. Alcune ritornarono allo Stato per vendita o per semplice cessione di quelli che le avevano occupate: il terrore che già ispirava il nome del nuovo condottiero sarà probabilmente stato il motivo di queste transazioni. Egli espugnò inoltre Genova, e la riunì agli stati del Duca. E questo[610], che nel 1412 era senza potere e come prigioniero in Pavia, possedeva nel 1424 venti città «acquistate», per servirmi delle parole di Pietro Verri, «colle nozze della infelice Duchessa[a)], e colla fede e col valore del Conte Francesco». Venne il Carmagnola creato dal Duca conte di Castelnuovo; sposò Antonietta Visconti parente di esso[611], non si sa in qual grado; e si fabbricò in Milano il palazzo chiamato ancora[612] del Broletto.
L’alta fama dell’esimio condottiero[613], l’entusiasmo de’ soldati per lui, il suo carattere fermo e altiero, la grandezza forse de’ suoi servizi[614], gli alienarono l’animo del Duca. I nemici del Conte, tra i quali il Bigli, storico contemporaneo, cita Zanino Riccio e Oldrado Lampugnano, fomentarono i sospetti e l’avversione del loro signore. Il Conte fu spedito governatore a Genova, e levato[615] così dalla direzione della milizia. Aveva conservato il comando di trecento cavalli; il Duca gli chiese per lettere che lo rinunziasse. Il Carmagnola rispose pregandolo che non volesse spogliare dell’armi un uomo nutrito tra l’armi: e ben s’accorse, dice il Bigli[b)], che questo era un consiglio[616] de’ suoi nemici, i quali confidavano di poter tutto osare, quando lo avessero ridotto a condizione privata. Non ottenendo risposta nè alle lagnanze, nè alla domanda espressa d’essere licenziato dal servizio[617], il Conte si risolvette di recarsi in persona a parlare col Principe. Questo[618] dimorava in Abbiategrasso. Quando il Carmagnola si presentò per entrare nel castello, si sentì[619] con sorpresa dire[620] che aspettasse. Fattosi annunziare al Duca, ebbe in risposta ch’era[621] impedito, e che[622] parlasse con Riccio. Insistette[623], dicendo d’aver poche cose e da comunicarsi al Duca stesso; e gli fu replicata la prima risposta. Allora rivolto a Filippo, che lo guardava da una balestriera[624], gli rimproverò la sua ingratitudine, e la sua perfidia, e giurò che presto[625] si farebbe desiderare da chi non voleva allora ascoltarlo: diede volta[626] al cavallo, e partì coi pochi compagni che aveva condotti[627] con sè, inseguito invano da Oldrado, il quale, al dir del Bigli, credette meglio di non arrivarlo[628].
Andò il Carmagnola in Piemonte, dove abboccatosi con Amedeo duca di Savoia suo natural principe, fece di tutto per inimicarlo a Filippo; poi attraversando la Savoia, la Svizzera e il Tirolo, si portò a Treviso. Filippo confiscò i beni assai ragguardevoli che il Carmagnola aveva nel Milanese[c)].
Giunto il Carmagnola a Venezia il giorno 23 di febbraio del 1425, vi fu accolto con distinzione, gli fu dato alloggio dal pubblico nel Patriarcato, e concessa licenza di portar armi a lui e al suo seguito. Due giorni dopo, fu preso al servizio[629] della Repubblica con 300 lance[d)].
I Fiorentini, impegnati allora in una guerra infelice contro[630] il Duca Filippo, chiedevano[631] l’alleanza dei Veneziani: il Duca instava presso di essi perchè volessero rimanere in pace con lui. In questo frattempo un Giovanni Liprando, fuoruscito milanese, pattuì col Duca d’ammazzare il[632] Carmagnola, purchè gli fosse concesso di ritornare a casa[633]. La trama fu sventata, e levò[634] ai Veneziani ogni dubbio che il Conte fosse mai più per riconciliarsi col suo antico principe. Il Bigli attribuisce in gran parte a questa scoperta la risoluzione dei Veneziani per la guerra. Il doge propose in senato che si consultasse il Carmagnola: questo[635] consigliò la guerra: il doge opinò pure caldamente per essa: e fu risoluta. La lega coi Fiorentini e con altri Stati d’Italia fu proclamata in Venezia il giorno 27 gennaio del 1426. Il giorno[636] 11 del mese seguente il Carmagnola fu creato capitano generale delle genti di[637] terra della Repubblica; e il 15[638] gli fu dato dal doge il bastone e lo stendardo di capitano, all’altare di san Marco.
Trascorrerò più rapidamente che mi sarà possibile sugli avvenimenti di questa guerra, la quale fu interrotta da due paci, fermandomi solo sui fatti che hanno somministrato materiali[639] alla tragedia.
«Ridussesi la guerra in Lombardia, dove fu governata dal Carmagnola virtuosamente, ed in pochi mesi tolse molte terre al Duca insieme con la città di Brescia; la quale espugnazione in quelli tempi, e secondo quelle guerre, fu tenuta mirabile»[e)]. Papa Martino V s’intromise; e sul finire dello stesso anno fu conclusa[640] la pace, nella quale Filippo cedette ai Veneziani Brescia col suo territorio.
Nella seconda guerra (1427) il Carmagnola mise[641] per la prima volta in uso un suo ritrovato[642] di fortificare il campo con un doppio recinto[643] di carri, sopra ognuno de’ quali stavano tre balestrieri. Dopo molti piccoli fatti, e dopo la presa d’alcune terre, s’accampò[644] sotto il castello di Maclodio, ch’era difeso[645] da una guarnigione duchesca.