Vital pioggia di luce ancor non beve,
E già dorata il monte erge la cima.[6]
Alle Muse dunque, alme d’Italia abitatrici, io intendo, continua il poeta, intrecciare un serto di lodi in pria non colte: dacchè una vile parola odo vagare tra il volgo,
Che le Dive sorelle osa insultando
Interrogar, che valga a l’infelice
Mortal del canto il dono.
Ebbene, io celebrerò gli antichi beneficii prodigati agli umani da quelle Immortali. Urania li cantò una volta al suo diletto Pindaro; io dirò perchè la dea accordasse all’alto poeta un tanto privilegio,
indi i celesti accenti
Ricorderò, se amica ella m’ispira.[7]
Non so quanta fede meriti quell’aneddoto, raccontato da qualche biografo, che il Monti, dopo d’aver letta l’Urania, esclamasse: «Costui comincia dove io vorrei finire». Questo tuttavia mi par certo, che nel nuovo poemetto il Manzoni mostrò di sapere oramai da maestro mischiare «al bello e vigoroso colorito», di cui già il Monti lo lodava a proposito dell’Adda, quella «virgiliana mollezza» che il vecchio poeta ancor desiderava nell’idillio del 1803. E non mi parrebbe nè un’eresia nè una sconvenienza quella di chi volesse vedere nell’esclamazione montiana, bensì un giudizio amabile e deferente, non un vano complimento. L’Urania è, coi Sepolcri del Foscolo, il più bel fiore di quel rinnovamento classico della poesia, che tra noi mette capo al Monti; e sta di mezzo fra il Prometeo di questi e le Grazie foscoliane. Lo ha già osservato il D’Ancona: «il concetto del poemetto del Manzoni è quello stesso che informa il Prometeo del Monti e le Grazie del Foscolo; molto probabilmente il primo ha comunicato qualche cosa di proprio all’Urania, e le Grazie qualche cosa hanno tolto da questa».[8]