Le sparse verghe raccorrai da terra,

E un fascio ne farai nella tua mano....

Ma la parola gli fu stroncata sulle labbra. Pure, egli che condannò senza rimpianto tutta la sua opera poetica giovanile, non facendo grazia nemmeno al Carme per l’Imbonati lodatogli dal Foscolo e all’Urania invidiatagli dal Monti, volle conservato quel frammento; e non appena gli fu possibile, all’aurora delle belle «giornate del nostro riscatto», nel 1848, lo pubblicò insieme con l’ode Marzo 1821, e poi, nel 1860, lo aggiunse alle tragedie e agl’Inni sacri, nel volume già fin dal 1845 stampato delle sue Opere varie[86]. Gli è che l’impresa tentata dall’infelice principe era, fra quante a lui parevan suscettibili di poema, quella che più faceva palpitare il suo cuore d’uomo, di cristiano, d’italiano, di poeta. Gioacchino, de’ signori cui la sorte commise il freno delle belle contrade, fu il primo, e rimase lungamente il solo, che avesse coscienza dei doveri del principe e dei diritti del popolo italiano; fu il primo che rivolgesse l’animo a

Sanar le piaghe c’hanno Italia morta;

e consacrò col martirio il tentativo generoso. Fu una dannosa ubbia quella che consigliò tanti patriotti a non assecondarne lo sforzo. Se verso Napoleone ei poteva parer macchiato d’ingratitudine, toccava forse a noi, raggirati e disingannati dal geniale megalomane, di fargliene carico? Anche Manfredi svevo era accusato d’orribili peccati; ma così avesse vinto lui a Benevento, invece del nasuto paladino delle sacrileghe ambizioni teocratiche! Il Manzoni, checchè una critica partigiana sia venuta arzigogolando, riprese la grande tradizione poetica e religiosa di Dante; e non si peritò mai di manifestar tutta la sua più cordiale simpatia a principi che, per amore dell’unità politica, ritolsero a Pietro quel che è, e dev’esser, di Cesare. E la musa schifiltosa e sagace, la quale aveva assistito in silenzio al tripudio che accompagnò il singolare capitano sino ai fastigi d’ogni mondano potere, sciolse subito un cantico d’incitamento e d’encomio al baldo gregario che, pur contro il volere dell’arbitro supremo, s’accinse alla santa opera di ridarci una patria:

O delle imprese alla più degna accinto!....

E quel suo cantico, pur così monco, il poeta non permise che morisse.

[83] Il Fabris, Memorie Manzoniane, pag. 98-99, riferisce che il poeta solesse dire scherzosamente d’aver fatto «per l’Italia il più gran sacrificio che possa fare un poeta, quello di far per essa un brutto verso»: ch’è questo, di suono e di vigore alfieriano. Il Manzoni soggiungeva: «Già, se l’Italia è risorta, essa lo deve a’ suoi poeti, che di secolo in secolo hanno sempre avuto dei versi per lei».

[84] Il diciassettenne Leopardi preferì invece di esercitarsi in quella innocua Orazione agl’Italiani, in cui è un ibrido connubio dello spirito misogallico del conte Alfieri con quello misoitalico del conte Monaldo. Essa fu pubblicata dal Mestica tra gli Scritti letterarii di G. L., Firenze, Le Monnier, 1899, vol. II, p. 357 ss.

[85] Cfr. Scherillo, Gabriele Pepe e Gabriele Rossetti, nella «Lettura» del luglio 1905: D’Ancona. Il concetto dell’unità politica nei poeti italiani, in «Studi di critica e storia letteraria», Bologna 1880, e Unità e federazione, nelle «Varietà storiche e letterarie». Milano 1885, vol. II.