[86] Vedi in questo volume la nota bibliografica a pag. 492.
XXI.
«È un destino che i pareri de’ poeti non siano ascoltati», osserva il Manzoni nel Romanzo (c. 28), a proposito dell’Achillini, il quale con un celebrato sonetto aveva esortato il re di Francia «a portarsi subito alla liberazione di Terra Santa»; e soggiunge: «se nella storia trovate de’ fatti conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch’eran cose risolute prima». Forse l’umorista pensava un po’ anche a ciò ch’era accaduto a lui; ma fu un bene che non si stancasse di dar suggerimenti. L’impresa del Re di Napoli era finita male soprattutto perchè la grande maggioranza degli Italiani non ne aveva compreso il valore: la missione del poeta doveva dunque essere di diffondere l’idea unitaria, d’inculcarla con opere che parlassero al cuore e alla fantasia[87]. Un insigne maestro di poesia e di libertà, il vate nostro, aveva, con «memorando ardimento»[88], tolto di mano a Melpomene «l’odiator dei tiranni pugnale», e s’era avventato, sulla scena, contr’ogni tirannia. Lo aveva, con scarsa fortuna, seguito il Foscolo; con insperato successo, un novizio, Silvio Pellico.
Qualcosa circa la nuova tragedia che la Carlotta Marchionni avrebbe recitata per la sua beneficiata al teatro Re, era di certo trapelata; e l’aspettativa era grande. Quella sera, il 18 agosto 1815—proprio quando più l’Italia sembrava umiliata dalla reazione straniera,—un «uditorio formidabilissimo» s’assiepava per ascoltare la Francesca da Rimini dell’ignoto e innominato poeta (un’altra ne aveva perpetrata, nel 1801, un Edoardo Fabbri). Era forse l’abate Caluso? Forse il Di Breme? Il Pellico se ne stava mezzo nascosto nel palchetto di questo suo amico, «tacito, pieno di speranza, e pur alquanto palpitante». Si tira sù la tela. L’attore che fa da Lanciotto, «atterrito da quell’udienza, stroppia tutti i versi della prima scena». Ma la Marchionni riesce a tenere a sè avvinta l’attenzione. Ed ecco Paolo che, dopo il lungo e doloroso esilio, rimette il piede nella casa paterna. Non vi ritrova più il padre; e si getta nelle braccia del fratello, esclamando:
Qui t’abbracciai l’ultima volta.... Teco
Un altr’uomo io abbracciava; ei pur piangea....
Più rivederlo io non doveva!
LANCIOTTO.
Oh padre!
PAOLO.