Tacque. D'un gesto sobrio indicò il fondo ai servi dell'Altariva; i servi s'alzarono e vi si avviarono. C'era, fra due grandi urne di pietra, una rozza tomba in muratura coperta da una lastra di marmo sulla quale era impressa a punta di pugnale una croce e sotto due parole: Fido Sebastiano.
— Sollevate quel marmo — comandò il Nervia.
Il coperchio del sepolcro fu smosso: apparvero poche ossa bianche e un teschio lucente in mezzo a polvere nera impalpabile.
— Il fedel Seborga può dormire col fedel Sebastiano.
Il cadavere tolto dalla barella fu adagiato nella polvere nera e v'affondò come se le braccia del fedel Sebastiano s'aprissero per accogliere l'altro servo fedele. E il marmo tolse per sempre agli sguardi profani il corpo che l'anima certo contemplava da un mondo migliore.
XXI.
Quando si ritrovarono di nuovo sullo spiazzo dinanzi all'attico pronao, Almerico sostò e chiese:
— Che pensate, amici, della morte del Seborga?
Silenzio: i due curvarono il capo.
— Dunque: il mio sospetto.