L'Embriaco volse il capo, tranquillo in viso, ma poco sicuro dentro di sè.

Ritornava infatti il Ricciuto, lentamente e si teneva all'indietro del cavallo che discendeva con isforzo il ciglione montano. Lo precedevano sparsamente i quattro uomini, uno dei quali portava sempre infilato sulla baionetta il salvacondotto.

— La strada è libera, monsignore — gridò il pallido luogotenente.

— Avanti dunque, — comandò l'Embriaco agli uomini che l'attorniavano. E pensò: — Prudenza ad ogni modo.

Salirono ancora. Il sentiero che s'inerpicava tra le roccie ed i terrapieni, malagevolmente nascondeva alla vista il forte. Lo scoprirono d'un tratto allorchè vi furono dappresso e doveano passare quasi rasentandolo. Andavano a gruppi dispersi progredendo come potevano per le asperità del cammino: veniva ultimo il condottiero.

Al di là del forte continuava il ciglio estremo della collina che s'univa ad una seconda poi ad una terza finchè non apparivano le grandi torri d'un castello feudale adorno d'un'ampia bandiera svettante al vento del crepuscolo.

Emanuele Embriaco guardava quel castello, quando quasi senza accorgersene, oltrepassò un corpo di guardia, munito d'una specie di postierla, il cui selciato risuonò sotto i passi dei cavalli. S'udì nell'interno un sùbito comando:

— Fuoco!

Rispose un grido d'allarme. E sibilarono proiettili nell'aria.

II.