Freddamente rispose Marmont, inchinandosi appena:
— Ordini, signora marchesa, del generale in capo.
XXIX.
La prima cosa che colpì Ibleto di Spigno nell'entrare entro la stanza in cui Marmont lo aveva preceduto, fu la nudità delle pareti e la crudezza del battuto. Non vide che un basso letticciuolo, d'un dubbio candore, ed una rozza, ampia tavola, formata d'assi posate su cavalletti. Sopra la tavola una carta geografica ed un pezzetto di carbone: la carta qua e là conservava traccie evidenti di nero fumo, a tal punto che un osservatore anche non superficiale ben poco ci si sarebbe potuto raccapezzare.
Nell'alzare gli occhi dalle suppellettili alle persone vide Ibleto il generale Bonaparte, il cui viso nella semi oscurità rotta appena da una lucernetta appesa al soffitto parea più infossato e gli occhi più vivi e brucianti: vide poi anche, ma soltanto perchè il Bonaparte gli si rivolse, l'Embriaco.
— Andate, dunque, conte: siamo intesi.
— Perfettamente: ai vostri ordini, generale.
Anche l'aria spavalda e ambigua dell'avventuriero aveva ceduto: appariva quasi umile, strisciante, desideroso d'eclissarsi, come se la presenza del giovine condottiero gli pesasse o lo incomodasse o lo intimidisse.
Rimasto solo con lo Spigno — chè anche Marmont ad un cenno era uscito — il Bonaparte senz'altri preamboli domandò:
— Quanti sono?