— Alla buon'ora! — esclamò l'Embriaco stringendogli la mano tesa. — Alla buon'ora! Vedete come ci s'intende facilmente! Alla buon'ora!

Un ultimo dubbio serpeggiava nel cuore del castellano mentre mesceva all'ospite il bicchiere del benvenuto. Ma l'Embriaco dissipò anche quest'ultima nube.

— Al diavolo la politica e le cure degli affari di guerra. Non bevo a voi, signor conte, ma al fiore della cortesia, della grazia e della bellezza, all'impareggiabile Marchesa Fiorina di Spigno, degna del Re Sole.... o di voi!

E i calici gaiamente tintinnarono.

V.

Lo stesso giorno, mentre accadeva quanto è oggetto dei capitoli precedenti, in una casa della città verso le mura e prospicente quindi la vallata del Roia, si notava un allegro via vai.

Betto Grimaldi, il comandante della città, ritornava dall'aver accompagnato l'Embriaco, recando alla figliola il dono dell'avventuriero. Lo scortavano alcuni soldati che si fermarono al portone, tutto aspro di chiodi, e già salutavano il vecchio soldato che s'accingeva ad entrare, quando un rumore di passi pesanti e sonori s'udì nella viuzza.

— Guarda chi arriva, Giano — ingiunse il Grimaldi a un soldato della scorta, il più giovane, il più lisciato, che pareva d'origine meno popolaresca del restante.

— È il Moncherino, Comandante — rispose l'interrogato.

— Lo manda il Borzone, dunque? O che mai vorrà? Digli che si spieghi a te.