Jacopo, probabilmente dispeptico, vedeva tutto in nero, ma lo scenario non era meno selvaggio, e la criniera di pini che coronavano le roccie di Roverino e le balze che attorniavano la foce del torrente Bevera non erano meno irsute. Lo spettacolo si presentava pur tuttavia grandioso per la vastità del letto del fiume e l'ampiezza della valle: era tale da attristire per la cornice buia della cupa verzura nel tramonto rossastro.

Chiara abbrividì. Alzò alle labbra il sacchetto di pelle bianca, lo baciò e cercò di guardar se contro luce lo scritto apparisse.

Nell'alzare gli occhi s'accorse d'un lume di fiaccola agitata laggiù dove il torrente Bevera sfociava nel Roia. Il segnale non le parve ignoto; era un alzar verticale, ed un seguire orizzontale della fiaccola, come se si volesse tracciare una gigantesca croce di fuoco. La fanciulla trasalì. Poi retrocesse, fino alla porta e chiamò:

— Gilda! Signor Giano!

I chiamati accorsero.

— È pronta la lettera, Madamigella? La notte si avvicina e la strada è malagevole.

— Eccola!

L'alfiere s'inginocchiò, ricevette il sacchetto che nascose nell'interno della giubba, poi s'inchinò per accommiatarsi.

— Guardate laggiù, signor Giano — disse allora Chiara additandogli il segnale luminoso.

In silenzio, curvandosi per meglio acuire gli sguardi, il giovane osservò. Quando rialzò il capo era agitato, quasi febbrile.