Sento dalla pregiata vostra prima datatami dei dodici giugno, che le mie non adorabili grazie mi hanno assicurato il vostro cuore. Non so quale idea vi abbia fatto scegliere una compagna che certo non ha mai pensato sulla vostra amabile persona, per molti motivi, li quali mi riserbo con più lunghezza di tempo a farveli noti. Ma visto che tale è il vostro genio, non posso a meno che tenermi fortunata di poter acquistare un compagno sì bello, sì grazioso, sì amabile, quale siete voi. Ciò non pertanto....

La lettera dalla venuta di Giano Lercari era rimasta interrotta a questo punto. La fanciulla tagliò accuratamente un'altra penna e continuò: ..... vi faccio sapere che da me non dipende il tutto, e che bisogna che prima consultiate i miei superiori, dalli quali ne dipende il tutto, ed una volta consultati favorevolmente questi, potete dire che avete navigato senza alcun contrasto. Sento poi dall'ultima vostra un rimprovero, che certo non mi si conviene, dell'abboccamento che doveva aver luogo. Vi posso assicurare sulla mia fede che io non ho saputo niente di questo, e che nissuna persona me ne ha parlato.

Finisco per la brevità del tempo e pregandovi di tener celata la presente e di compatire li miei mal espressi sentimenti e brutti caratteri.

Favorite aggradire tutti li epiteti e cerimonie di cui nelle care vostre voi mi fregiate (sebbene contro tutti li miei meriti), nel mentre che ho il bene di sottoscrivermi e dirmi la più fortunata di tutte le giovani

vostra affezionata ed umile amica

Chiara Grimaldi

Quand'ebbe scritto, con un sospiro di sollievo, piegò il foglio in quattro e lo sigillò con un'ostia minuscola, color ciliegia, che non si peritò di umettar da sè. Poi sul foglio così chiuso, a caratteri minuti scrisse:

A colui, che mi adora, ed ama.

Nel tracciare i motti ingenui, sorrise quasi ad un ricordo. Cercò in un cassetto che aveva daccanto un sacchettino di pelle bianca sul quale di sua mano aveva ricamato un nome: Filippo Balbi, in vermiglio e verde, vi chiuse la lettera e ne cucì la bocca con un filo d'oro i cui capi riunì e sigillò con cera bianca imprimendovi il castone d'un grosso anello che portava appeso alla cintura.

Il tramonto che rallegrava la ripida scesa del colle verso il mare, incupiva invece la selvaggia vallata del Roia, quella vallata che, appunto in quelli anni, il Foscolo facea percorrere al fatale Jacopo, il quale dal ponte presso la marina aveva “spinto gli occhi fin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte sulle cervici dell'alpi altre alpi di neve che s'immergono nel cielo e tutto biancheggia e si confonde.....”