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Siamo lontani, non è vero dal Bibliofilo Jacob? Forse. Ne siamo lontani se ci frulla per il capo d'aprire un libro, oggi, un libro italiano. Pare che gli scrittori montino in cattedra e si camuffino da retori politici, o da predicatori sociali. Si gonfiano, rane di Esopo, convinti di avere una missione morale: vogliono esser detti gli storici del costume, i cronisti dell'evoluzione, piccoli Villani che vantano una ricchezza culturale da banchieri del dopoguerra e credono in buona pace d'aver qualche cosa da dire per salvare, o ammaestrare o indirizzare l'umanità. Per conto mio ripeto un verso di Alfredo De Musset:

Il mio bicchiere è piccolo ma io bevo nel mio bicchiere.

Voglio raccontare solamente, semplicemente, come la bella tradizione nostrana mi ha mostrato da messer Giovanni Boccaccio ad Alessandro Manzoni, voglio raccontare come se parlassi a una comitiva da tener desta, voglio raccontare avendo per divisa l'undecimo comandamento, raccogliendo le belle memorie della mia terra e porgendole all'orecchio del benigno lettore: Me lo insegnò messer Torquato:

.................. asperso

di soave liquor l'orlo del vaso

Ed avrò dinanzi per esempio fedele i narratori felici, che, pur minuziosamente descrivendo luoghi cose e persone, hanno allietato generazioni intere, compagni ed amici inestimabili e cari, sempre vivi, poichè non si vive che nella gratitudine di chi resta.

Ed ogni mattina al sorgere del sole nel sedermi al mio tavolo da lavoro con gioia, eleverò una preghiera all'Assente, perchè sia Presente.

Milano, Aprile del 1922.

PROLOGO CRONACA DEL 1794