— Gilda, Gilda, ti prego!

Otto mude di scuffie lugagianti e Tornato cioè una di pizzo di Fiandra alto quattro deta....

— Quattro delle mie, sei di madamigella, ma per lo meno otto delle vostre che sembrano gli stecchini che usano i cinesi per il riso, come assicura il capitano Cavalli che non so davvero come faccia a sapere tutte quelle cose, a meno che non le legga nel suo latinorum.

.... due di pizzo di Melines nuove.....

— Sant'Anna, che bellezza! Guardatele, magnifico Orengo! Farebbero bello anche voi!

.... una di pizzo di Milano fatto a Mignonetta — brontolò l'archivista come se trangugiasse amaro.

Ritta dinanzi ad una delle finestre, il volto pieno di sole, parea che Chiara bevesse avidamente l'azzurro. Si sentiva pienamente felice. In quei tempi avventurosi bisognava godere l'ora fuggente, superare l'ansia del domani ed afferrarsi come si poteva meglio a tutte le brevi ineguali moriture dolcezze dell'oggi. Bimba ancora, Chiara Grimaldi, della stirpe dei Principi di Monaco, figlia di un senatore della Serenissima, aveva dovuto ballare intorno all'albero della libertà, due anni prima con degli scamiciati puzzolenti d'aglio e di sudore represso, al tempo della prima invasione francese al comando di Arena. Poi, forzato e girato Saorgio dall'esercito della repubblica, la fuga di notte nell'alta valle del Roia, il ramingo errare per i casolari alpestri fino a quando, ritiratasi la marea invadente, ricomposti animi e affari, potè col padre e le poche soldatesche fedeli tornare in città, nella casa devastata e insozzata, col cuore in continuo sobbalzo e la bocca sempre amara. Purtuttavia quasi due anni erano trascorsi in una tal quale relativa tranquillità. Erano tornati il nobile Altariva nel castello sul mare, e il conte Lascaris in quello della via Romana: solamente il duca di Nervia non avea ripreso possesso del suo: bivaccava continuamente per tenere in soggezione la sua vallata, con incarico segreto del Re di Piemonte, in guardia sempre contro la Serenissima. Non era tornata la contessa Lascaris, l'amica di Chiarina Grimaldi: la si dicea col figliuoletto in Sardegna. Ma quasi a supplirla nel cuore della fanciulla, solitario cuor timoroso, ecco Filippo Balbi, ufficiale della Serenissima distaccato presso l'esercito francese. Nobile del portico nuovo, Filippo Balbi, ambizioso, di stretto cervello, oggi lo si direbbe con nuovo termine appropriato un arrivista. Ma elegante, abituato agli imbottiti salotti genovesi, svenevole, profumato, figura di moscardino in burbera uniforme. Bello, di una bellezza delicata, bianco e roseo e biondo, magro, piccole mani e piccoli piedi, parlare affettato e ristretto cervello, ma ne cresceva per turbar la fantasia di una piccola provinciale pavida e sognatrice.

Ritta dinanzi alla finestra aperta, bevendo l'azzurro, Chiarina guardava le linee delle colline oltre il Bevera, ove presumibilmente s'era fermata la missione francese. Nulla sapea la damigella ancora dell'incendio del villaggio di Sant'Antonio: siffatte notizie non le giungevano che con molto ritardo e del resto villaggi a sacco e sconfinamenti di bande erano all'ordine del giorno.

Sei scuffie fatte a disaspuer di muzzolina, cioè tre soglie e tre guarnite di picò tutte però guernite di bindello — continuava l'Orengo con la sua voce fioca.

E adesso anche Gilda, stanca, l'aiutava.